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Cronaca | giovedì 20 aprile 2017, 13:44

Cellulare e tumore, il giudice Ivrea sentenzia: “C'è un nesso di causa”

La richiesta è anche di “informare in modo adeguato i cittadini italiani sui rischi e potenziali danni provocati dai cellulari, esattamente come si è fatto col fumo”

Immagine di repertorio

Quindici anni al lavoro come tecnico alla Telecom di Torino e una diagnosi di tumore benigno che sarebbe stato provocato dall’uso prolungato e continuativo del cellulare. Il tribunale di Ivrea nei giorni scorsi ha riconosciuto, per la prima volta nel mondo in primo grado, il nesso di causalità tra l’utilizzo del telefonino (usato senza auricolari e senza vivavoce) e la malattia professionale.

Una soddisfazione per lo studio legale Ambrosio e Commodo di Torino e l’associazione Apple di Padova, che hanno seguito il caso del signor Roberto Romeo, dipendente dell’azienda di telecomunicazioni.

Ho usato il cellulare per lavoro dal 1995 per quindici anni – ha spiegato il lavoratore, che si era costituito contro l’Inail in una causa civile che si è svolta al tribunale di Ivrea – e mi sono accorto che qualcosa non andava quando nel 2010 sentivo un forte male all’orecchio, in pratica mi sembrava di avere un tappo”.

In realtà non si trattava di un’infiammazione ma di un tumore benigno nel cervello, il neurinoma dell’acustico.

Sono stato operato e ricoverato al San Luigi, poi ho contratto anche la meningite e la convalescenza è stata molto lunga”, precisa il lavoratore, a cui ora mancano pochi anni alla pensione. Lo studio legale Ambrosio e Commodo con la consulenza di Apple ha lanciato neurinomi.info, una piattaforma dedicata a coloro che hanno fatti un uso consistente del cellulare e che vogliono cercare informazioni.

Si tratta di una grande soddisfazione per noi – dichiara l’avvocato Stefano Bertone – perché è la prima volta nel mondo che già in primo grado un giudice stabilisce che c’è una causa certa tra uso del telefonino, prolungato e continuativo, e tumore. Un successo giuridico, e anche un segno dei tempi che dimostra che recenti studi scientifici hanno fatto progressi nel dimostrare questa tesi, come le nostre consulenze dei professori Grasso e Levis”.

L’avvocato Renato Ambrosio, uno dei principali soci dell’omonimo studio, ricorda che “quattro anni fa abbiamo ricorso, al Tar di Roma, contro lo Stato italiano affinché ci dia una risposta alla richiesta di informare in modo adeguato i cittadini italiani sui rischi e potenziali danni provocati dai cellulari, esattamente come si è fatto col fumo”.

Elisa Sola

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