Economia e lavoro - 22 settembre 2017, 09:11

Dove va l'industria del nostro territorio, sulla base di dati e statistiche

Il Tessuto Imprenditoriale negli ultimi tempi ha subito un ridimensionamento, ma il trend discendente ha rallentato la sua corsa. Abbiamo chiesto a Stefano Vergani, presidente AISOM, di spiegarci i motivi

Dove va l'industria del nostro territorio, sulla base di dati e statistiche

Secondo un'analisi della struttura produttiva condotta sulla base dei dati relativi al numero delle imprese registrate presso la Camera di Commercio, la variazione dello stock è rappresentata dalle imprese iscritte e cessate. Alla fine dell’anno 2016 le imprese attive sono calate di circa il 5% rispetto all'anno precedente con una variazione meno pesante rispetto agli anni scorsi. Dall'analisi si evince che il trend delle cessazioni delle imprese registrate abbia subito un rallentamento e fa pensare di essere vicini al punto di resistenza del tessuto imprenditoriale locale. Per capire a cosa sia dovuta questa stasi lo abbiamo chiesto ad un esperto del settore, Stefano Vergani, Presidente AISOM (Associazione per le imprese). L'AISOM è la risposta concreta alle esigenze delle imprese e si occupa di tutelarne gli interessi e dare risposta ai bisogni di efficienza ed efficacia del loro specifico contesto locale. La partecipazione delle imprese è una risorsa strategica per conoscere i problemi, determinare precisi interventi e per dare ricchezza al territorio a cui appartengono.

A cosa è dovuta questa inversione di rotta?

 Sicuramente alla crescita delle esportazioni, ad un fine ciclo della crisi che dal 2006 ha iniziato  un suo fisiologico percorso di recupero ( dopo anni di calo a picco ), ad una rinnovata impreditoria che rinasce dalle proprie ceneri (e dai propri errori), dalle politiche monetarie che hanno sostenuto la domanda di finanza alle imprese ( sopratutto quelle innovative e virtuose ), un riassetto e rilancio delle banche ordinarie,... ed anche dal sostegno all'innovazione dei prodotti e dei processi. 

Per quanto concerne lanalisi dei settori, terziario, pubblico, manifatturiero e agricolo, tutti presentano un calo di unità produttive, solo il settore dei servizi pubblici e sociali riscontra un aumento delle unità attive, come lo spiega?

 L'Italia sta affrontando ora l'esempio dell'UK che da storica grande nazione produttiva dal fine '800 alla 2° guerra mondiale è poi via via diventato centro finanziario e di servizi. Se molte imprese italiane trasferiscono le attività produttive e di ricerche  in paesi non solo a minor impatto del costo del lavoro ma anche per regimi fiscali meno vessatori di quello italiano costretto ( irrimediabilmente a cercare di risollevare un debito pubblico che nessun governo forse riuscirà mai a redimere ). Ma anche l'agricoltura affronta una trasformazione da estensiva a qualitativa...per affrontare la competizione internazionale con prodotti di qualità...quindi meno prodotto ma + qualità...salvo esempi contrari come la recente acquisizione da parte del Consorzio Casalasco del marchio De Rica.

E poi c' è la grande ondata dell'informatizzazione mondiale...i prodotti ed i servizi oggi si erogano via internet...e vengono a cadere diversi livelli che prima sostenevano una piramide.

In Italia le imprese in rosa sono sempre più in crescita al pari di quelle straniere.  Secondo Lei rappresenta un segnale di ridimensionamento?

 

Ho sempre pensato che le donne imprenditrici e manager ( quando non scopiazzano i cattivi esempi degli uomini ) hanno una marcia in più. Riflettono nell'impresa la loro straordinaria capacità di giudizio ed affrontano con grande equilibrio le loro scelte...gli uomini spesso sono più impulsivi, umorali e legati ad un affarismo di compiacenza. Le donne ragionano di più...sempre che non cadano nel rischio di sentirsi onnipotenti ed  infallibili. 

 

Come si può arginare la crisi degli altri settori?

Noi ci stiamo provando dal 2009 prima territorialmente poi nazionalmente ( dal 2015 ) su 3 argomenti cardine: il  matching tra le imprese  ( affinch si conoscano e si comprino tra loro, si scambino esperienze, si confrontino su progetti,..  ),  la finanza  ( ordinaria e straordinaria...e suddivisa per livello di esigenze ), e l'internazionalizzazione...con attori forti e specifici e per tipologia di settore geografico e di prodotto.

Le aziende guardano anche i centesimi e non sono più disposte a progetti e tentativi che non hanno effetti anche nel breve termine, e poi cercano una rappresentatività ed una appartenenza diverse da quelle finora percorse: meno lobby tipica delle grandi aziende legate allo Stato o a tender di altissimo bordo ( nelle quali ci guadagnano sempre i soliti nomi noti ...sovente a scapito dei pesci più piccoli ...anche se grossi ), meno pseudo religionismo  affaristico ( segmento fortemente decaduto dopo le molte inchieste che hanno scoperto la profonda  connivenza tra presunti quasi fraticelli e politica affaristica ) o il burocratismo di altre associazioni, troppo spesso sindacalizzate da centri di poteri interni di funzionari, spesso allocati per sudditanza personale  - politica e non per valenza professionale.

 

Maurizio Losorgio

Ti potrebbero interessare anche:

SU