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Cultura | domenica 15 aprile 2018, 19:27

“Amore Criminale” ospite a Torino Crime

Intervista a Matilde D'Errico, autrice del programma

Matilde D'Errico è una delle principali autrici del programma “Amore Criminale”. Ospite giovedì 12 aprile al Circolo dei Lettori di Torino, nell'ambito del festival “Torino Crime”, l'autrice ha raccontato al pubblico come nasce il racconto delle storie delle donne atrocemente ammazzate da compagni, fidanzati e mariti. E le difficoltà di trasmettere un messaggio di non violenza al pubblico senza cadere nel rischio di emulazione e la sua profonda lotta sociale nell'assistenza alle donne.

Lei è l'autrice principale del programma “Amore Criminale”: da dove è nata l'idea di raccontare la storia di queste donne vittime di una violenza atroce e assassina?

"Come autrice, mi sono prettamente occupata di temi sociali, anche se ho fatto anche altro, ma la maggior parte della mia attenzione è sempre stata focalizzata alla realizzazione di programmi che affrontino tematiche sociali. Per quanto riguarda 'Amore Criminale' tutto è nato nel 2006, quando lessi un articolo che commentava i dati di una ricerca statistica dell'Eures sugli omicidi in famiglia il quale metteva in luce come il numero degli omicidi in famiglia erano superiori a quelli della criminalità organizzata. Questo dato mi aveva molto colpita e da quel momento ho iniziato  a studiare il tema. Sono riuscita a capire che nella maggior parte degli omicidi in famiglia, le vittime erano le donne. Poi da lì sono andata alla ricerca di dati più precisi e mi sono recata alla Polizia di Stato a documentarmi per capire quante donne erano state uccise in Italia nel 2006. All'epoca veniva uccisa una donna ogni tre giorni. Da quel momento ho iniziato a pensare di scrivere la trama di 'Amore criminale'".

Le storie di donna che raccontate, vi vengono proposte o siete voi che le cercate?

"No, le cerchiamo noi tramite il lavoro redazionale che le sceglie e contatta le famiglie. Ovviamente ricostruiamo solo quelle storie in cui vi sia il pieno consenso".

Lei incontra sempre le famiglie vittime della violenza: che sensazione trasmettono? Un senso di vendetta? Un senso di rabbia?

"Ognuno ha una  reazione diversa davanti ad un dolore atroce, come  quello provocato dalla morte di una figlia ammazzata. Addirittura all'interno della stessa famiglia, ci sono delle reazioni differenti, come sempre accade davanti ad un evento drammatico. Ci sono persone che si chiudono nel silenzio, altre che sentono il bisogno di tirar fuori e il fatto di essere ascoltate può potenzialmente lenire un po' la sofferenza. Ci sono molte famiglie che hanno un sentimento di rabbia, di rancore, di vendetta, altre che vogliono giustizie e altre dimenticate dallo Stato".

Che cosa percepisce negli occhi delle madri che hanno perso una figlia?

"Percepisci il vuoto ed il senso di impotenza e la consapevolezza che nulla sarà mai come prima. Lo definirei il senso di irreversibilità: quella che hanno davanti non è, per loro, neanche più una vita. Capisci che loro sopravvivono. Io dico sempre che “i genitori sono morti il giorno in cui gli è stata ammazzata la figlia”. Normalmente, il genitore già impazzisce di dolore se il figlio muore di una malattia o a causa di un incidente, figurati se una figlia muore perché è stata ammazzata".

Come mai la scelta di fare la sceneggiatrice ed autrice nella vita?

"Io ho studiato Legge perché all'epoca dovevo scegliere una facoltà  universitaria e, provenendo da studi umanistici, ho pensato che Giurisprudenza potesse essere la facoltà più vicina alle mie curiosità. Ho sempre, però, voluto raccontare delle storie, da quando ero bambina: è sempre stato il mio desiderio più grande. Per questo, ho vissuto gli studi giuridici come una sorta di formazione culturale, ma il mio approccio al diritto è sempre stato di carattere logico- filosofico. Mi piacevano molto le materie penalistiche. Amavo molto scrivere e ho iniziato ad avere le prime collaborazioni come giornalistica durante gli studi universitari e poi, piano piano, questo è diventato il mio lavoro. Con “Amore criminale”, ho potuto unire tutte le mie passioni".

Lei ha anche una casa di produzione cinematografica, lei si può definire come un'imprenditrice?

"Io ho una piccola casa di produzione cinematografica che si chiama “ La Bastoggi doc e fiction srl”, questo nome non è causale perché tantissimi anni fa ho realizzato insieme a Iannelli e Canepari, altri due autori, un programma meraviglioso su Rai3 dal titolo “Residence Bastoggi”che è stata una delle prime docu- fiction italiane. Bastoggi è un quartiere periferico di Roma, molto povero, dove abbiamo conosciuto  un gruppo di minorenni, senza genitori perché in carcere o morti per AIDS, e li abbiamo  seguiti per sei mesi: la loro vita, i loro reati, i loro amori. Quello è stato un successo pazzesco perché tutti si sono affezionati e quei ragazzi sono diventati delle star. Noi, autori e filmaker, abbiamo vissuto in una casa affittata per sei mesi nel quartiere. Quello fu un lavoro documentaristico profondo: raccontare quel mondo, senza giudicarlo dall'interno. Per tale ragione, ho deciso di chiamare così la mia piccola società".

C'è una storia che le è rimasta nel cuore?

"In questi anni ho raccontato centinai di storie, diciamo che la storia di una ragazzina di 16 anni abusata sessualmente in famiglia mi è rimasta nel cuore. L'ho conosciuta e mi sono affezionata a lei, che era fragilissima. Oggi è una giovane mamma e l'ho inserita nella mia redazione".

Valeria Rombolà

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