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Immortali | mercoledì 13 giugno 2018, 11:29

Giovani Torelli inconpiuti

C'era una volta un settore giovanile che dominava la scena del calcio italiano, mietendo successi a piene mani e rifornendo di talenti le società professionistiche di serie A e B, oltre a costituire l'ossatura stessa della prima squadra.

C'era una volta un settore giovanile che dominava la scena del calcio italiano, mietendo successi a piene mani e rifornendo di talenti le società professionistiche di serie A e B, oltre a costituire l'ossatura stessa della prima squadra.

Quello era il settore giovanile granata, passatemi il paragone, peraltro pertinentissimo, la “cantera del Fila” di Cozzolino, Rabitti, Vatta & C. Da lì sono usciti fior fiore di giocatori, da Lentini a Cravero, da Benedetti a Comi, da Fuser a Venturin e via discorrendo, a comporre una lista impressionante per quantità e qualità dei talenti in essa contenuti. C'è stato un periodo in cui, nelle due sedie professionistiche nazionali, militavano con onore oltre cinquanta giocatori provenienti dal vivaio granata. Questi giocatori erano la linfa vitale, sia per la vita sportiva della prima squadra, di cui componevano il telaio e a cui offrivano la loro passione e la loro fede granata, maturata, anzi, inoculata, nei lunghi anni di militanza al Fila, che per la sopravvivenza economica della società, grazie alla continua messe di denaro che affluiva nelle casse sociali, sempre in bilico tra il vuoto e il disastrato, grazie a cessioni mirate e concordate, tra presidenti lungimiranti ed allenatori, sia della prima squadra che della Primavera, ricchi di competenza.

Poi il fallimento del 2005, con il completo azzeramento del settore giovanile e la perdita pressoché totale delle competenze e delle spinte passionali che facevano funzionare egregiamente la fabbrica dei campioni.

Ci sono voluti quasi dieci anni per risollevare la baracca.

Moreno Longo è stato il primo a cogliere un successo di primissimo livello, con tre finali in tre anni, di cui una coronata dal tricolore Primavera, che mancava da una vita. Ma è Massimo Bava, sagace ex dirigente del Cuneo, che al Torino ha portato tutta la sua passione e competenza, l'artefice del miracolo, l'uomo che coordina e organizza, che scopre talenti e li valorizza, il deus ex machina della situazione.

Oggi, il settore giovanile granata può vantare la vittoria in Coppa Italia e il quinto posto in regular season della Primavera, la finale scudetto contro il Sassuolo della Beretti, e l'arrivo in semifinale degli under 17. Insomma, rispetto al deserto di qualche anno fa, un quadro decisamente promettente, che fa ben sperare per un futuro che ci può regalare tante altre belle soddisfazioni.

Ma poi la catena si interrompe bruscamente qui.

In prima squadra, Simone Edera è desolatamente solo a rappresentare il settore giovanile e nel resto della massima serie, ma anche della cadetteria, le cose non vanno molto meglio. Sono infatti pochi i ragazzi granata che sono riusciti a sfondare e lasciare il segno nel cosiddetto calcio che conta. I fratelli Gomis e Parigini sono quelli che più di altri hanno chances di emergere, ma la distanza tra quella che ê stata negli anni settanta, ottanta e novanta la fucina dei campioni del Fila e quello che è oggi, è purtroppo abissale.

Vero è che la globalizzazione, unita alla sentenza Bosman, che ha rivoluzionato tutto il mondo del calcio, hanno dato una bella spallata al sistema, ma altrettanto vero è che altre squadre, e dico l’Atalanta, giusto per fare un nome, hanno saputo meglio di noi adeguarsi e continuare a sfornare giovani campioni che oggi indossano la casacca nerazzurra orobica o fanno bella figura in giro per l'Italia. Per non parlare di alcune realtà estere, che producono campioni di livello internazionale a raffica.

Ecco, quello che manca al Torino è proprio questo. Questa capacità a creare giovani di successo, che possano portare in prima squadra, oltre al loro talento calcistico, la loro passione e il loro attaccamento ai colori sociali, maturati nei lunghi anni di militanza nelle giovanili. Va da se, ovviamente, che allenatori, dirigenti ed accompagnatori, devono avere la Fede Granata da trasmettere, se no non serve che i futuri campioni facciano la trafila nel settore giovanile. Se, scusate l’accostamento, l'azienda non fa crescere di pari passo, con la professionalità, anche l'orgoglio di appartenenza e l’attaccamento ai colori sociali, i ragazzini possono mettere i capelli grigi senza far sbocciare quel “quid pluris” che fa la differenza tra giocare nel Torino ed essere del Toro.

Ma questo è un discorso vecchio e lungo, che non fa molto comodo sentire, specie ad una dirigenza che i campioni, piccoli o grandi che siano, che passano nelle file granata, preferisce venderli per monetizzare plusvalenze economiche, piuttosto che utilizzarli per creare e consolidare una realtà sportiva vincente.

Già, ma a Torino una squadra vincente c'è e una seconda non è gradita.

Domenico Beccaria

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