/ Immortali

Spazio Annunci della tua città

Jordan nato 16/04/2018 magnifico sano cucciolo sverminato ciclo vaccinale completo libretto sanitario e certificazione...

Nel borgo marinaro di Gioiosa Marea e a pochi passi dal mare, pittoresca recentemente ristrutturata. La casa, dotata...

Con cucina, camera, sala e bagno. Balcone ampio lungo tutto l’appartamento. Posto auto chiuso da sbarra con apertura...

Luminoso, ampio e panoramico, 3° p ascensore, di soggiorno e cucinino, camera matrimoniale, bagno nuovo con doccia....

In Breve

mercoledì 15 agosto
mercoledì 01 agosto
(h. 07:00)
giovedì 19 luglio
mercoledì 11 luglio
mercoledì 04 luglio
lunedì 25 giugno

Che tempo fa

Cerca nel web

Immortali | martedì 07 agosto 2018, 09:06

Dove mi porta il cuore...

Chapecò è una città del Brasile, nello stato di Santa Catarina, nell’entroterra sud del paese

Chapecò è una città del Brasile, nello stato di Santa Catarina, nell’entroterra sud del paese. 170.000 abitanti circa. Fino a novembre del 2016, sconosciuta ai più, me compreso, non mi vergogno a dirlo. Quei posti che se non succede qualcosa di eclatante, tipo Chernobyl, sono destinati a rimanere nel più profondo anonimato. Ma il 29 novembre 2016, purtroppo, quel qualcosa di eclatante accade.

L'aereo che trasportava a Medellín, in Colombia, per la finale di coppa sudamericana, la squadra di calcio  della città, l’Associação Chapecoense de Futebol, si schianta al suolo per mancanza di carburante, come appureranno le indagini successive. 77 morti, tra cui quasi tutti i giocatori della squadra. Si salvano solo in tre, di cui solo due senza riportare danni che ne impediranno il prosieguo di carriera.

La Superga Brasiliana, come viene immediatamente ribattezzata da tutti.

Una tragedia a tutto tondo. A quasi due anni di distanza, il primo agosto del 2018, la squadra brasiliana viene a Torino per ricevere l'abbraccio e la solidarietà del popolo granata. Sono talmente tanti e commoventi gli attimi che hanno punteggiato la tre giorni dei biancovedi, che sarebbe difficile e riduttivo cercare di raccontarli tutti. Da quanto abbiamo percepito durante l'ora e mezza che la loro delegazione, guidata da Jakson Follmann, uno dei tre sopravvissuti, il portiere, che però ha perso una gamba da sotto il ginocchio e quindi ha visto la sua carriera agonistica stroncata, anche se è rimasto in società come ambasciatore dei suoi compagni che non ci sono più, il dolore è ancora molto forte, pur essendo mascherato da quel mesto fatalismo che ammanta molte elle tragedie brasiliane, per quel carattere che contraddistingue il popolo sudamericano, avvezzo a grandi tragedie e profondi lutti, in contrasto perenne con la voglia di vivere e sopravvivere, guardare  avanti e gioire ancora di quanto la vita sa offrire.

La gente di Torino, del Torino, che quel dolore, seppur in modo diverso, lo rivive da quasi settant'anni, l'ha capito e si è stretta intorno ai ragazzi della Chape. La distanza geografica ha ovviamente impedito la presenza di tifosi brasiliani, ma i ragazzi della Maratona, anzi, di tutto lo stadio, hanno generosamente supplito, intonando cori di incoraggiamento anche per loro, così lontani dalla loro torcida.

Anche questo è cuore granata.

Liverpool è una delle maggiori città del Regno Unito, che con Manchester e Leeds ha formato il polo industriale che a metà ottocento ha trainato l'economia inglese e le ha dato i mezzi per estendere ancora di più i suoi dominions. Oltre ad aver dato i natali ai Beatles, che hanno fatto la storia della musica moderna, ha due delle più blasonate squadre di calcio britanniche: Everton e Liverpool. Insomma, l'esatto opposto di Chapecò, come notorietà.

E non passa nemmeno una settimana, che le maglie granata fanno il loro primo ingresso nel mitico Anfield Road, lo stadio del Liverpool FC, un posto che ha fatto e fa tuttora tremare le gambe anche a navigati squadroni europei. Si, è vero, si tratta solo di una amichevole agostana, ma “This is Anfield”, come recita il cartello all'ingresso, a ricordare agli avversari la sacralità e la temibilita di quel prato, di quegli spalti. Un posto a se stante, anche nel panorama del calcio inglese, come sottolinearono gli stessi tifosi del Kop, la curva calda dei fans dei rossi, quando esposero lo striscione a tutta curva “we’re not English, we’re Scousers”, non siamo inglesi, siamo scousers, che è il nomignolo della gente dì Liverpool. Qui sono nati alcuni dei canti che sono entrati nella leggenda del tifo mondiale, a partire dal leggendario “You'll never walk alone”, tanto copiato in giro per il mondo.

Anche Liverpool ha incrociato in una tragica striscia di sangue Torino, benché dalla sponda opposta, quella bianconera. Sono ancora pulsanti negli occhi di tutti noi le tragiche immagini che la tv belga mandava, tra l’imbarazzato e il vergognoso, dallo stadio Heysel di Bruxelles, quella sera del 29 maggio 1985, poco prima della finale di Coppa Campioni tra la Juventus e il Liverpool. Trentanove le vite spezzate dalla follia organizzativa di chi, con sufficienza e pressappochismo, con criminale leggerezza anzi, aveva messo nello stesso settore, il famigerato Z, famiglie italiane e hooligan britannici gonfi di odio e di birra. La miscela esplosiva era confezionata, pronta ad esplodere, come poi fu, con effetti devastanti.

A Torino, ma non solo, negli anni seguenti, inutile negarlo, tentando di nascondersi dietro uno scarno dito, la vicenda fu vissuta come una specie di dantesco contrappasso. Ci avete vergognosamente preso in giro per decenni su Superga, mimando aeroplani dagli spalti? Adesso beccatevi questo e ridete ancora, se ne avete voglia e coraggio, era il contorto e distorto ragionamento, per cui una tragedia cancellava l'altra, in una macabra gara a chi aveva avuto meno morti.

Ci sono voluti tanti anni e tanta pazienza, per arrivare a capire che non esistono morti buoni e morti cattivi, i morti miei e quelli tuoi, quelli di serie A e quelli di serie B. Come diceva il grande Totò, la Livella mette tutti a pari, Principi e popolani.

Il nostro museo ha cercato, in collaborazione con alcuni amici bianconeri, di far crescere e circolare questo messaggio. Per la carità, nessun gemellaggio, sia chiaro. Siamo orgogliosamente granata, come credo loro siano orgogliosamente bianconeri e in campo ci si scontra, o meglio ci si dovrebbe scontrare, con la massima lealtà ma anche con la massima intensità sportiva. Ma ci sono dei limiti al di la dei quali non dovrebbe essere lecito andare, e il rispetto dei morti deve essere uno dei pilastri fondamentali di questo modo di vivere lo sport.

Visitare Anfield e il suo splendido museo, in cui incredibilmente è dedicato più spazio alla tragedia dell’Heysel di quanto ne sia dedicato in quello della Juventus, dovrebbe essere per i tifosi granata un momento di riflessione. Una cosa sbagliata (insultare i morti bianconeri) non ne cancella un'altra sbagliata anch'essa (insultare i morti granata).

Da Chapecò a Liverpool il cuore ci dovrebbe portare nello stesso luogo metaforico: la ragione, che è sempre simbolo di forza interiore, mai di debolezza.

Domenico Beccaria

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore