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Immortali | mercoledì 15 agosto 2018, 07:00

Orgoglio e Colbacco...

Grazie Gustavo, ti sia lieve la terra.

La Torino dei primi anni settanta era un crogiolo ribollente, in cui una scellerata politica di industrializzazione selvaggia aveva buttato, senza curarsi di eventuali, anzi, prevedibili crisi di rigetto, centinaia di migliaia di lavoratori provenienti da tutta Italia, prevalentemente dal mezzogiorno, senza dare loro tutte quelle strutture collaterali che avrebbero reso la loro vita al nord una cosa degna di questo nome e non solo una sopravvivenza male sopportata è peggio ancora vissuta. Mancavano le possibilità, per la maggior parte di loro, di far venire su la famiglia e quando questo accadeva, si finiva nelle case che il magnanimo padrone, uso volutamente questo termine pesante, metteva a disposizione dei suoi dipendenti.

Già, perché nel resto della città, pur essendoci case sfitte, il cartello che accoglieva, anzi, scoraggiava gli interessati era un vergognoso “non si affitta a meridionali” quasi avessero avuto la rogna o peggio. I torinesi, infatti, avevano di fatto rigettato, come un corpo estraneo al loro sussiegoso e posato tran tran, il corpo di invasione delle masse operaie che la Fiat aveva arruolato. E al classismo subalpino,si era aggiunto questo ulteriore motivo di scrematura, di divisione.

L'unica cosa che il padrone aveva pensato di mettere a disposizione di nuovi arrivati, era il latinissimo “circenses” rappresentato dalla squadra di famiglia, a strisce bianconere, che unito all’altrettanto latinissimo “panem”, avrebbe dovuto rappresentare il trattamento completo, della serie “lavora, mangia, divertiti e non rompere le scatole”.

Se non che, questo circenses divenne ulteriore motivo di divisione tra autoctoni ed alloctoni. La nobiltà e gli immigrati tifavano i bianconeri, il popolo torinese i granata. Con le dovute eccezioni, si intende, perché anche molti dei novelli “schiavi”, proprio per reazione a questa imposta schiavitù, scelsero il granata, come estremo atto di ribellione al padrone.

In questo clima non proprio rose e fiori, se ne arriva bello bello da Olbia, via Mantova, Gustavo Giagnoni, prima calciatore e poi allenatore di gran carattere. Il personaggio giusto, sotto tutti i punti di vista per una squadra sanguigna come il Toro di quel periodo, così povero di campioni lustrini e pajettes e così ricco di uomini veri e rocciosi. Barbera e Champagne, si diceva allora per simboleggiare il dualismo cittadino, con il rosso piemontese ai granata, ovviamente.

Gustavo non ci mette molto a capire che aria tira in via Filadelfia e dintorni e vi si cala a perfezione, recitando senza bisogno di recitare, il suo personaggio di uomo rude e semplice a tutto tondo. Questo suo accanimento fino all'ultimo secondo di gioco, a contendere su ogni pallone, in ogni attimo dlla gara, il risultato finale agli avversari, a maggior ragione se erano i nobili strisciati, cittadini o lombardi che si voglia, ribattezzato da un illustre giornalista col neologismo di “tremendismo” lo fece immediatamente entrare nel cuore dei tifosi.

Ma l'apice di questo suo tremendismo lo raggiunse in un derby, quando in un attimo di furore agonistico, rifilò un cazzotto a Franco Causio, fantasista bianconero, reo di avergli detto qualcosa di sgradito mentre passava da pianti alla sua panchina. Dopo un giorno e mezzo di timori, alla ripresa degli allenamenti tornò dubbioso al Fila, convinto di averla fatta grossa.

E l'aveva fatta immensa, non solo grossa, così immensa da assurgere immediatamente e definitivamente ad icona del più caldo tifo granata. Era nato il mito di Gustavo Giagnoni, l'uomo col colbacco in testa e la sciarpa bianca e granata al collo, che aveva sfidato la Famiglia davanti al mondo.

Gustavo non era solo un focoso caratteriale, ma anche un signor allenatore, tanto che il Milan fece carte false per portarselo a casa e ci riuscì. Malgrado ciò, Giagnoni rimase sempre nel cuore della gente del Toro. La sua carriera non fu poi particolarmente brillante, forse anche in virtù di un carattere schivo e poco incline al compromesso, che lo vide chiudere nella sua adottiva Mantova a metà degli anni novanta. Poi preferì la quiete domestica alla luce dei riflettori e in questa quiete si è spento, tra l'affetto dei suoi cari e di chi gli ha sempre voluto bene, in questo primo scorcio di agosto, annus horribilis 2018, che ha visto la dipartita di così tanti simboli della Leggenda Granata, da Mondonico a Tomà, da Carla Maroso a lui.

Rimane di lui il ricordo dell'uomo, che con il suo carattere impetuoso e libero, ci ha dato l'orgoglio di essere granata e liberi in una città che, a dispetto elle apparenze, di libero non ha nulla e di granata sempre di meno.

Guardare l'avversario in faccia, senza abbassare gli occhi, consapevoli di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, è l'impareggiabile lascito di questo Uomo con la U maiuscola, innanzitutto.

L'altro giorno, nel duomo di Mantova, il cuore granata di chi, come me, c'era, ha testimoniato anche per chi non ha potuto esserci, l’inscindibilità del legame che Gustavo ha saputo costruire, con i suoi atti quantomai concreti e mai vacuamente appariscenti, nel breve periodo che ha trascorso con noi, ma che a noi sembra un’eternità.

E per l’eternità resterà nei nostri cuori come il simbolo dell'orgoglio che non si piega davanti a nessuno, anche se più ricco, potente e prepotente.

Grazie Gustavo, ti sia lieve la terra.

Domenico Beccaria

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