/ Attualità

Attualità | 23 ottobre 2018, 13:10

Reddito di cittadinanza e lavoro: non sta in piedi senza riscoprire la manifattura

Serrato confronto nell'ultima puntata di Backstage. Esposito (Pd): meno Chagall e più industria. Bertola (M5S): sull'industria il Piemonte può fare squadra. Zangrillo (FI): si investa in formazione senza buttare i soldi in elemosine. Il prof. Turati: questo è un gran bel distretto, ce la possimo fare

Reddito di cittadinanza e lavoro: non sta in piedi senza riscoprire la manifattura

“Meno Chagall e più industria”. Niente da fare, non si capisce se ci fa o ci è ma  Stefano Esposito, ex senatore nonché uno dei più noti esponenti del Partito Dem, riesce sempre a spiazzarti.

E a farlo con gli altri ospiti convenuti alla puntata di ieri sera di Backstage, la diretta online sui temi di attualità in onda alle 21 tutti i lunedì sui quotidiani Torino Oggi, Targato Cn, La Voce di Alba, Chivasso Oggi, 24Ovest, Linea Italia Piemonte. Con Esposito non vale, dice a fine trasmissione, a mezza voce, uno degli altri presenti in studio, lui fa il Pd e l'opposizione al Pd. E non c'è dubbio che il tema ieri sera si prestava ad essere acchiappato da diversi punti di vista: reddito di cittadinanza e lavoro, manovra economica e aspettative per il prossimo futuro.

Il reddito di cittadinanza è una misura che si giustifica, considerato che i fondi messi su quella misura potevano essere dirottati su investimenti che creano lavoro? Pur nella considerazione dei sei milioni di poveri che anche l'Europa, ahimè, ci riconosce? L'incipit, non poteva essere diversamente, sta a Giorgio Bertola, candidato per il Movimento5Stelle, dopo l'esito delle recenti “regionarie”, alla guida della Regione Piemonte nella prossima competizione elettorale: “Il reddito di cittadinanza è una misura connessa con il mondo del lavoro perchè prevede che si debba accettare una delle prime tre proposte di lavoro”. Ma se mi giungono tre proposte significa che non c'è un problema disoccupazione, e se la gente lavora non c'è neppure un problema povertà.

“Bisogna migliorare i centri per l'impiego, è fondamentale fare in modo che domanda e offerta di lavoro si incontrino. Il governo prevede infatti lo stanziamento di due miliardi per migliorare i centri per l'impiego. Non è una misura assistenziale come il reddito di inclusione introdotto dal Pd. Dare qualche soldo a chi non ne ha significa dare la possibilità a tante persone di uscire dal tunnel della povertà. Si tratta di assicurare un livello di dignità a tutti”.

“Il reddito di cittadinanza è una grossolana bugia”, entra nella discussione l'on. Paolo Zangrillo, capogruppo di Fi alla Commissione Lavoro della Camera e neo nominato commissario regionale di Forza Italia in Piemonte. “Quei 10 miliardi sono una goccia nel mare di fronte a sei milioni di poveri. C'è una sola soluzione: la creazione di posti di lavoro, dobbiamo creare una legislazione che induca le imprese a credere nel nostro paese e a investire. Non risolvo il problema del lavoro dando la mancia ai poveri”.

E non mancano allusioni, per nulla velate, alla questione della competenza dei membri dell'attuale governo, cavallo di battaglia delle opposizioni: “Il racconto del ministro del lavoro, che non ha mai lavorato, aggiuge Zangrillo, sul fatto che ad aprile i centri per l'impiego saranno pronti a fornire tre possibilità di lavoro ai disoccupati non sta in piedi. In Germania, dove effettivamente questo sistema funziona, sono state impiegate ingenti risorse e sono stati necessari anni per farli funzionare in modo efficiente. Il racconto sul reddito di cittadinanza è una menzogna e le conseguenze di puntare risorse lì piuttosto che per aiutare le imprese le porteremo avanti per anni”.

Paolo Turati, docente di economia degli Investimenti all'Università di Torino parte da lontano ma giunge al presente in un balzo: “Per riuscire ad essere competitive molte aziende italiane hanno delocalizzato. 20 anni fa delle 100 industrie principali d'Europa noi ne avevamo 8, i tedeschi 17. Ora noi siamo scesi a 2, i tedeschi sono saliti a 40. Quindi c'è un problema strutturale: la perdita della grande industria italiana”.

Ed eccoci siamo al cuore della questione: possiamo vivere senza industria? L'Italia, competitor che per la sua potenza preoccupava la Germania qualche decennio fa, il Piemonte, il torinese, soprattutto, può pensare ad una economia che prescinda dalla sua vocazione manifatturiera? E qui arriva lo Chagall di cui sopra. “Appartengo alla scuola che ha criticato duramente l'innamoramento delle amministrazioni targate Pd che pensavano di sostituire la manifattura con cultura e turismo. Cultura e turismo rappresentano un pezzetto, importante ma un pezzetto, della questione. Soprattutto nella provincia di Torino il distretto dell'automotive è fondamentale e non se ne occupa nessuno. La manifattura dobbiamo attrarla prevedendo degli incentivi ma se pensiamo di sostituire la Fiat con tante mostre di Chagall diventa difficile”.

Esposito, scusi,  sta dicendo una cosa in totale disaccordo con il suo partito. Non voleva esserlo ma funziona da imbeccata: “Sono anni che faccio una battaglia solitaria sulla Tav e vuole che mi spaventi per qualche quadro? Direi proprio di no”. No, effettivamente non si spaventa affatto. “Dobbiamo avere l'industria e l'industria pesante. Io sono per fare un'operazione di livello europeo. Abbiamo totale diritto di chiedere all'Europa la possibilità per due o tre anni di dare incentivi per una zona che è strategica e che ha pagato un prezzo altissimo alla crisi”. C'è  l'assist di Bertola: “Sono d'accordo ad interessare i parlamentari europei su questo tema. Certo, ci si può sentire più garantiti se c'è un governo regionale che è in sintonia col governo nazionale e con una forte rappresentanza al governo europeo. In questo senso ne faccio un discorso di parte ma effettivamente, su questo tema, il Piemonte può fare squadra, ognuno mantenendo la propria identità.

Idem Zangrillo: “Penso sia una sciagura abbandonare la vocazione industriale del Piemonte. Le nostre aziende devono poter combattere e vincere la sfida e per farlo è necessario investire nella formazione che non è più quella di una volta. Significa che scuole, università, centri di innovazione, imprese devono agire in contempoaranea. Questa è la strada da percorre  per un governo illuminato, non buttare via i soldi nelle elemosine”.

“Questo è un gran bel distretto, conclude il professor Turati, e tutti insieme possiamo ancora dargli grandi prospettive”. Vogliamo crederci tutti.

Patrizia Corgnati

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium