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Attualità | mercoledì 05 dicembre 2018, 09:08

Se la Juve parla italiano, il Toro parla ancora piemontese

In un'era di modernizzazione e globalizzazione, nel mondo granata trova ancora spazio un concorso di poesia, anche in dialetto

Se la Juve parla italiano, il Toro parla ancora piemontese

Che senso ha, in un'era di modernizzazione e globalizzazione, un evento così particolare, di nicchia e campanilistico, come un concorso di poesia granata in italiano e anche, o soprattutto, in piemontese?

In effetti un evento così fortemente marcato da una ricercata e voluta caratterizzazione e peculiarità, in cui ai partecipanti si impone un tema, come il Toro, che seppur permeato da una  universalità di valori e contenuti, tale da renderlo patrimonio dell'umanità sportiva, è comunque gelosamente possesso di pochi, per giunta fortemente radicati sul territorio storica e te se della società sportiva, e per giunta da scriversi in una lingua (non chiamatelo dialetto che mi offendo) che sembra avviata a fare la fine del greco attico o dell’aramaico, lingue morte e sepolte da tempo, suona oggi come un atto di coraggio e di sfida all’intero villaggio globale.

Ma noi siamo granata, per fortuna, e quindi coraggio e sfide sono il nostro pane quotidiano, oltre che un tassello fondamentale del nostro DNA. Quindi, in un museo che tra gli altri cimeli, conserva il volantino di protesta alla cessione di Meroni alla Juventus, con la scritta “...la Juve parlerà italiano, ma il Toro parla ancora piemontese!”, questa non è blasfemia, bensì solida logica.

Ben venga dunque questa tenzone tra aspiranti poeti dal cuore granata, che esprimono i loro sentimenti e le loro passioni nella lingua che fu, giova ricordarlo, dei Padri della Patria, come Vittorio Emanuele e Cavour.

Un centinaio circa di candidati, in questa quarta edizione della manifestazione, ha sottoposto alla giuria il frutto della sua passione e del suo impegno ed i vincitori sono stati premiati, lunedì 3 dicembre, centododicesimo compleanno del Toro, a Villa Claretta Assandri, sede del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata, da Sergio Donna, ideatore e deus ex machina della manifestazione letteraria. Ma in effetti, oltre ai candidati prescelti dalla giuria, hanno vinto tutti. In primis quelli che si sono messi in gioco ed hanno partecipato alla kermesse culturale, mettendo a nudo la loro anima e tirando fuori il meglio di se stessi, e poi tutti quelli che hanno fatto professione di Fede profonda, cullando il Toro nel loro cuore a dispetto di tutto e tutti, in anni in cui le soddisfazioni sono state poche e le ragioni di essere granata ancor meno, elevando appunto al rango di puro atto di Fede il tifo per questa squadra, il recarsi allo stadio a sostenerla.

Una menzione particolare, ovviamente, va a chi più di tutti ha creduto in questo evento ed ha lavorato alla sua concretizzazione, dandogli una dignità culturale ed una continuità temporale, ovvero al già citato, ma mai a sufficienza, Sergio Donna ed a tutti i suoi collaboratori dell'associazione Monginevro Cultura.

E così ecco spiegato il perché abbia, eccome, un senso profondo ed intenso il sentirsi piemontese, granata e poeta, in un secolo ed in un mondo che invece vorrebbe omologarci ed appiattirci ad innocue figurine senz'anima ed identità.

Siamo del Toro, ce ne vantiamo e non molleremo mai, Datevene pace.

Domenico Beccaria

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