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Storie sotto la Mole | 08 dicembre 2018, 12:36

La leggenda del portone del diavolo a Torino. Mai svegliare il can che dorme, e non solo quello

Camminando lungo via XX Settembre, non può passare inosservato un bel palazzo sul cui portone, proprio al centro, sul battente, troneggia il muso di un diavolo dorato

La leggenda del portone del diavolo a Torino. Mai svegliare il can che dorme, e non solo quello

Camminando lungo via XX Settembre, non può passare inosservato un bel palazzo sul cui portone, proprio al centro, sul battente, troneggia il muso di un diavolo dorato.

Nel 1675 il conte Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi ordinò a una famosa ditta di Parigi di costruire un elegante portone per il suo palazzotto. Lo volle riccamente intagliato e con un dettaglio particolare, “Un diavolo, al centro ci voglio un diavolo", propose. "Che orrore, ma perché?" si ribellò la moglie. "Per spaventare gli sciocchi e tenere lontani i male intenzionati". "Bah, se lo dici tu".

Una volta pronto, il portone giunse a Torino e venne issato sui cardini. Così, bello ed imponente, piacque subito a tutti e anche il diavolo dorato, che sembrava voler scrutare tutti quelli che gli si avvicinavano, non passò certo inosservato. C'era chi lo amava e chi lo temeva, ma tutti ne parlavano. Fino a quando il passaparola giunse anche alle orecchie di un giovane apprendista stregone.

Il ragazzotto, stufo di stare ad annoiarsi sulle montagne, era sceso da poche settimane a Torino, e qua si era fatto imbambolare dai discorsi di maghi e fattucchieri, molto numerosi tra le strade di una città considerata da sempre un poco stregata, nel bene e nel male. Ne era rimasto così tanto affascinato che aveva preso ad indossare una palandrana nera con cappuccio e a preparare intrugli nauseabondi, “filtri efficacissimi”, li chiamava lui.

Tutti i ciarlatani con cui si accompagnava il giovane, in realtà, non lo prendevano affatto sul serio, “Sei un ragazzino”, gli dicevano, “Ti manca il terzo occhio”, infierivano, “Non hai neanche il naso abbastanza a punta per fare lo stregone”, lo schernivano. E fu per questo motivo, per guadagnarsi il rispetto dei più anziani, che egli decise di tentare la terribile impresa che i più avevano paura anche solo di provare: invocare il diavolo!

"Non c'è la farai mai!" gli dissero tutti, ma lui non si fece scoraggiare. E, per riuscirci, scelse proprio la casa del conte Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi, il cui portone veniva ormai detto da tutti “Il portone del diavolo”. Quindi, una notte, indossò la sua palandrana nera, accese una torcia, sacrificò una vecchia gallina e si avviò alla porta del nobile palazzotto. Lì, mischiando parole vecchie e nuove, cominciò a recitare una nenia funerea che durò per ore. “Ti invoco, ti invoco, signore dai corni appuntiti”, diceva, prima a voce bassa e poi sempre più alta, più alta, più alta, più alta, più alta. Continuò così fino a quando il canto non venne interrotto da un urlo acuto e straziante. E poi il nulla, il silenzio assoluto.

I compari fattucchieri del ragazzo, l’indomani, non vedendolo tornare, andarono davanti alla casa del conte. Là non trovarono il giovane ma solo i resti di una torcia, una palandrana nera e del sangue (forse) di gallina. Nei giorni successivi cercarono il loro amico a lungo, ma senza successo. Fino a quando, impressionabili com’erano, si convinsero che il ragazzo fosse veramente riuscito a risvegliare il diavolo, e che questo, poco incline ad essere gentile con chi lo disturbava, l’avesse punito, facendolo sparire nel nulla, o addirittura "Incarcerandolo per sempre nel portone!" suggerì uno dei più anziani.

Ed è proprio così che la storia del portone maledetto è giunta fino a noi. Potrebbe essere vera oppure no. A noi onestamente piace pensare di no. Preferiamo pensare che il conte, stufo di un pazzo che gli cantilenava sotto casa, gli abbia tirato addosso un secchio di acqua gelata. E che il ragazzino, rinsavito dalla doccia fredda, sia addivenuto a più miti consigli, e abbia saggiamente scelto di lasciare la becera compagnia dei vecchi fattucchieri, e magari tornare sulle montagne, dove con le vecchie galline non ci si fanno sacrifici ma al massimo il brodo.

 

Photo credits: Andrea Stefanini.

Rossana Rotolo

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