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Attualità | 16 dicembre 2018, 11:11

Viaggio nella storia: Agricoltura e Industria nella critica di Scialoja

Continuiamo oggi con il quinto appuntamento sulla Polemica Scialoja-Magliani affrontano e analizzando i settori dell’agricoltura e dell’Industria negli scritti di Antonio Scialoja, con Stefano Mormile.

Viaggio nella storia: Agricoltura e Industria nella critica di Scialoja

"La risposta del Magliani , non è l’unica al manoscritto (“opuscolo” come lo definisce il Magliani stesso) dello Scialoja.

Nel 1893, nel lavoro del R. De Cesare possiamo leggere “[…] Durante gli anni 1857 e 1858 non si parlò di altro in Napoli e nelle provincie del Regno che dello scritto di Scialoja; il desiderio di leggerlo diventò febbrile in guisa da spendere per l'acquisto di un solo esemplare di esso 6 ducati, equivalenti a 25 lire italiane […]. ”

Il Magliani ribatte una per una le accuse formulate dallo Scialoja , così come gli era stato richiesto dal Re da Ferdinando II. Al tempo della polemica, il Magliani – ricordiamo – era funzionario al Ministero delle finanze insieme con Girolamo Scalamandrè che alla polemica non prese parte perché soltanto il Magliani risponde. E con dovizia di particolari e dati.

Egli inizia la sua dissertazione a favore delle finanze Napoletane – contro le accuse dello Scialoja – dal 1830 in avanti. Prima di addentrarsi nell’analisi dettagliata dei dati dei singoli anni esposti dallo Scialoja, il Magliani chiarisce che gli avvenimenti degli anni 1820 e del 1821 avevano lasciato profonde tracce nello stato borbonico tanto che successivamente tali tracce vennero definite incancellabili dalla posizione economica del paese.

Prosegue il Magliani che appena salito al trono, Federico II ebbe subito cura di ristorare lo stato delle finanze che risultavano pesantemente gravate, alla luce delle contemporanee vicende storiche . Federico II non volle accrescere il peso delle pubbliche contribuzioni, tanto meno togliere sostanze ai pubblici servizi. A tal proposito dimezzò l’imposizione fiscale sul macinato e si impegnò a versare ogni anno 370.000 ducati nelle casse del Regno infondendo spirito di parsimonia nei cittadini, rimedio – ritenuto dallo stesso Magliani – più efficace di qualunque altro per sensibilizzare l’animo sociale.

Se nel 1832 si era verificato un deficit nelle casse del Regno; era da tenere in considerazione anzitutto il fatto che erano state intraprese delle opere pubbliche molto costose come la bonifica di un’area del Volturno. Ma nonostante queste ingenti spese, la finanza godeva di ottima salute tanto che con un decreto dell’Agosto 1833 fu abolito il dazio sui vini che da solo portava 60.000 ducati all’anno nelle casse del Regno.

L’analisi del Magliani – alle accuse dello Scialoja – continua rispetto agli anni successivi. Egli precisa che nel 1844 il Regno Napoletano procede a un nuovo metodo di ammortizzazione del debito pubblico per mezzo di sorteggi. Il credito del Banco di Napoli, uno dei più antichi d’Europa, è il migliore nonché il più stabile e ordinato. La Cassa di Sconto assunse uno sviluppo molto elevato grazie allo slancio delle operazioni commerciali.

Negli anni 1848 e 1849 – a causa dei moti e delle tristi vicende, la finanza subì una battuta d’arresto. Ma in breve tempo, quegli anni divennero un lontano ricordo tanto che dal 1850 fu ristabilito l’equilibrio nei bilanci. Le Statistiche doganali registrarono un aumento delle importazioni e delle esportazioni con l’estero e il credito bancario toccò il punto più elevato della stabilità, successivamente mai più eguagliato.

A questo punto della risposta il Magliani ribatte duramente alle parola dello Scialoja accusandolo di mostrare effimera ed illusoria prosperità del Piemonte e di far apparire la finanza napoletana infelice ma soltanto perché non compresa. A questo punto opinabile la domanda che si pone il Magliani: “se lo Scialoja sovente confessa di avere notizie non autentiche e non sicure, come fa ad affermare di conoscere il bilancio di uno Stato – per inciso dello Stato napoletano – se non può nemmeno fornirne un riscontro? ”

Prosegue dunque il Magliani affermando che il bilancio è la norma direttrice di tutto l’andamento della gestione finanziaria e che la condizione finanziaria napoletana era conosciuta e non era un mistero per nessuno che fosse positiva. In Magliani nasce dunque il sospetto che l’interesse dello Scialoja sia mirato principalmente a biasimare la politica stessa.

Comincia adesso la digressione del Magliani sulla parte puramente finanziaria . Nel 1851 lo Stato napoletano presentava un saldo negativo a causa dei lavori pubblici a strade, ponti e prigioni, e alle spese per la guerra e la marina; le entrate generali erano rimaste invariate. Con la riforma di tutte le prigioni del regno – ammette orgogliosamente Magliani – il Governo del Re delle due Sicilie porgeva uno splendido esempio di umanità e sapienza mostrando una civiltà superiore per quei tempi. Dunque, seppure le cifre del bilancio potevano risultare negative, la realtà era assai differente. E infatti già nel 1857 la differenza tra entrate e uscite si attestava intorno al milione di ducati.

Ammette adesso il Magliani che il disavanzo è davvero un male economico e finanziario come afferma Scialoja. Ma esso deve risultare dall’analisi delle cifre esatte e non soltanto prevedute come invece fa lo Scialoja scambiando dunque il senso della parola disavanzo e sforzandosi di voler provare a tutti i costi una deficienza che invece nelle finanze napoletane non è presente.

Elemento caratterizzante della dissertazione dello Scialoja risulta il fatto che egli non menzioni i Monti di Pietà del bilancio napoletano. Ne riconosce i proventi ma non li ascrive tra gli introiti. Il Magliani giudica dunque irragionevole la presunzione delle cifre prima, e della critica generale poi, alle finanze del regno borbonico che mirano solo a dimostrare l’assurdo con lo scopo di crescere il disavanzo .

In effetti non possiamo non essere in disaccordo col Magliani. Lo Scialoja stava tessendo la sua tela. Sfruttando la popolarità che il manoscritto aveva acquisito all’interno del regno di Ferdinando II – nonostante fosse stato vietato e avesse un costo elevato di circa 6 ducati (equivalenti a 25 lire – si tenga a mente che il salario medio era di 320 lire) lo Scialoja stava diffondendo delle notizie false e tendenziose all’interno del regno borbonico con il solo fine di porre le basi per quella struttura politica che prenderà vita nel biennio successivo e arriverà a compimento definitivo nel 1861.

La disamina dello Scialoja prosegue dunque con l’attacco al disavanzo generato dal governo napoletano di un milione di ducati. Ma come puntualizza il Magliani, egli (lo Scialoja) cade in grave contraddizione perché confonde amministrazione finanziaria e amministrazione fiscale.

Puntualizza il Magliani che amministrazione finanziaria e amministrazione fiscale sono istituti diversi . Con l’amminstrazione finanziaria – quella preferita dal buon governo – si accresce la prosperità finanziaria della nazione, mentre con l’amministrazione fiscale si diminuiscono le spese dello stato. E l’amminstrazione finanziaria napoletana sta adesso raccogliendo i frutti copiosi di un’opera di perfezionamento già avviata nel passato attraverso le opere di ampliamento del porto mercantile di Napoli, con la creazione di altri porti, fari e lazzaretti e con la revisione e la riforma delle tariffe doganali; quest’ultima un bisogno di tutti gli Stati dell’Europa.

Chiarisce adesso il Magliani – con un breve excursus – perché la moneta del Regno delle due Sicilie è il Ducato d’argento e non d’oro. Egli afferma che con la scoperta di immensi strati auriferi in Australia e California ha portato il prezzo dell’oro era al ribasso. E ritenendo l’argento più flessibile come merce di scambio, perché più facilmente trasformabile, si fissò il prezzo di una moneta d’oro in 16 monete d’argento. Con queste premesse il numerario in circolazione nel Regno era abbondante e il tasso di sconto basso, fissato a 3,5 punti percentuali, in confronto ad altri paesi che lo avevano fissato in 8 e 9 punti (percentuali). Giunto dunque sin qui, con un quadro lusinghiero e positivo rispetto a quanto millantato dallo Scialoja, il Magliani – con assoluta franchezza – afferma di astenersi dall’aggiungere altre note e confronti con quello che presenta il Piemonte.

Magliani conclude la prima parte della disamina, riguardante le spese del Regno Borbonico criticate dallo Scialoja, elogiando l’utilità della Banca delle due Sicilie anche per il solo fatto – come anche riconosciuto nel manoscritto (dallo Scialoja) – che il deposito si attestava alla ragguardevole cifra di 34 milioni di Ducati d’argento. Giova rimarcare che il Magliani sottolinei come il debito pubblico sia tutto interamente nazionale; segno questo di un governo lungimirante e saggio orientato alla conservazione della ricchezza del suo stesso Paese.

La seconda parte della disamina riguarda le rendite presunte del bilancio napoletano consistente in pesi ed imposte e nei valori che dallo Stato vengono creati. Ancora un volta il Magliani non perde occasione di far notare che lo Scialoja confonde il reddito delle imposte con le altre entrate che non rappresentano costi lasciando intendere che non abbia chiara anche qui chiara la differenza tra imposizione diretta e imposizione indiretta.

Precisa il Magliani che l’unica imposta diretta presente a Napoli è la imposta fondiaria, e che non sono conosciute altre imposte che colpiscono il capitale o la rendita mobiliare e fa vanto che siano state soppresse dai Borboni.

Realtà ben diversa in Piemonte dove oltre l’imposta prediale vi è anche l’imposta personale e l’imposta mobiliare e altri dazi indiretti sui quali il Magliani non vuol addentrarsi a discutere. Egli rammenta altresì che da sempre, è stata preoccupazione dei Borboni la diminuzione delle imposte di qualunque natura esse fossero. Elogia ancora l’operato positivo di Fernando II facendo presente che le contribuzioni minori sul vino e sul macinato erano state tutte quante abolite proprio dal re. Lo stesso governo reale aveva inoltre diminuito in maniera significativa il prezzo del sale.

Sul finire della dissertazione, prima della conclusione, il Magliani cita financo “L’Esprit de Loi” del Montesquieu il quale pronunciava che “non bisogna trasformare i bisogni reali dei cittadini in bisogni immaginari dello Stato” intendendo per bisogni immaginari quelli suscitati dalle passioni di coloro che governano per l’ambizione di una vana gloria e per una certa impotenza di spirito contro la fantasia. Precisa ancora che in Napoli le libere professioni sono esenti da imposte e conclude con una personalissima riflessione: “Un governo che teme è un governo che cessa – per questo – di esser tale. ”

Conclude adesso il Magliani tirando le fila dello scritto dello Scialoja definendo l’opuscolo stesso una vera e propria confutazione perché l’autore non fa specifici confronti tra i ministeri ma si limita a notare in quali parti la spesa è maggiore e in quali minore senza però approfondire ogni volta le accuse e scambiando vicendevolmente economia pubblica e politica.

Ricorda inoltre che il Piemonte è pesantemente indebitato col governo inglese a causa della guerra di Crimea per 630 milioni di lire cioè per sei volte l’ammontare di tutte le rendite ordinarie dello stato. Il debito dello Stato napoletano, nonostante lo Scialoja non l’abbia mai dato a notare, eccede di poco i 7 milioni di ducati.

Ma è proprio nelle ultimissime righe della risposta che il Magliani assesta i colpi più duri allo Scialoja ricordandogli che nel 1848 anch’egli era stato suddito del Re Ferdinando II, e successivamente Ministro del governo rivoluzionario e che adesso faccia parte di una stampa corrotta e sovversiva dal momento che millanta per vere delle note del sistema governativo napoletano che sono anzitutto fittizie.

Compreso dunque che lo scopo dello Scialoja non era quello di confrontare unicamente i dati dei quali ha dimostrato talora financo scarsa conoscenza, il Magliani termina la sua dissertazione di difesa alle accuse rivolte avverso le finanze borboniche, sferrando un duro colpo allo Scialoja accusandolo a sua volta di maldicenze, di far parte di un partito sovvertitore e di non aver fede nei principi di autorità e di ordine che devono ispirare i governi.

E tutto questo dunque a quale scopo? Allo scopo di tradire il popolo!"

Il Dottor Mormile vi da appuntamento a domenica prossima per raccontarvi il quinto episodio della vicenda storica in cui terminerà la disamina del manoscritto con la risposta del Magliani.


Redazione

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