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Cultura e spettacoli | 28 gennaio 2019, 10:38

Il dramma che educa all'arte: così i bambini delle scuole danno forma alla Shoah [FOTO]

La mostra "Zakhòr. Ricorda" è stata allestita alla Biblioteca Villa Amoretti in seguito alle testimonianze sul territorio piemontese di Franco Debenedetti Teglio, scampato alla leggi razziali

Il dramma che educa all'arte: così i bambini delle scuole danno forma alla Shoah [FOTO]

Disegni, poesie, foto, installazioni: è così che l'orrore delle persecuzioni razziali trova forma nella bellezza dell'arte creata dai bambini. La mostra dal titolo ebraico Zakhòr. Ricorda, a Villa Amoretti (corso Orbassano 200) fino al 30 gennaio, raccoglie le opere degli alunni delle scuole piemontesi che hanno incontrato negli scorsi mesi Franco Debenedetti Teglio, ebreo in fuga fin da piccolissimo dalle repressioni del fascismo. Una rielaborazione della testimonianza realizzata in totale autonomia, e utilizzando i più svariati mezzi espressivi, per un'esposizione curata dalla Biblioteche Civiche Torinesi e dal Comune di Torino.

Nato nel 1937, Debenedetti ha trascorso i suoi primi otto anni di vita come in incognito, tentando di sfuggire alle persecutorie leggi razziali promulgate dal regime. Poi da “bambino nascosto” anche all’estero, nel terrore continuo di essere catturato. Dal '43 il flagello della Shoah ha colpito duramente la sua famiglia, disperdendola. Dopo il diploma ha lavorato come consulente di direzione aziendale, rielaborando dentro di sé il trauma di un'infanzia rubata, con tutte le conseguenze del caso, tra l'erranza continua, la rabbia per un'esistenza deprivata di diritti, il senso di impotenza. Così, dal 2001 ha cominciato a ricostruire il suo passato, portando avanti incontri di testimonianza e sensibilizzazione nelle scuole e per adulti.

Il razzismo è un'assurda invenzione dell'uomo”, recita una poesia di Mattia, della scuola “Fratelli Rosselli”, di Fiano. “Che lingua parla il vento? Di che nazionalità è una tempesta? Da quale Paese viene la pioggia? Di che colore è un fulmine?”. Nel percorso espositivo sono anche inseriti dei documenti sull'ideologia antisemita tratti dai registri inventari della Bilioteca Civica Centrale, che fanno da liaison con gli elaborati “parlanti” dei bambini. Come la lettera in versi a Franco scritta da Gabriele, della “Leon Battista Alberti” di Torino: “Quel giorno a scuola tu raccontavi con voce pacata, gentile e noi ascoltavamo la storia di te, senza accorgerci che ci stava parlando la voce della Shoah”. “Sempre libero, mai sottomesso, le tue braccia sono sempre state aperte alla vita”, scrive Costanza, mentre Martina, della scuola primaria di Montanaro Canavese, immagina il momento della Liberazione: “Adesso ripensando all'accaduto disprezzo quel cartello su cui c'era scritto 'il lavoro rende liberi', che prima di entrare mi aveva fatto pensare che fosse tipo una fabbrica per guadagnare un po' di soldi invece per alcune persone ha fatto guadagnare la morte”.

I disegni raffigurano, con un'immediatezza immaginativa priva di retorica, la storia a episodi di Franco, l'emarginazione del diverso, l'ansia della fuga continua. Ma si aprono alla speranza, come sempre i bambini sanno fare, verso un ricordo destinato a rimanere, che educa le coscienze e contribuisce alla crescita dei cittadini del domani.

Manuela Marascio

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