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Attualità | 03 febbraio 2019, 13:35

Momo, scampato alla morte in Libia oggi vive una nuova vita a Torino grazie al frisbee

Una bella storia di sport e di integrazione

Momo, scampato alla morte in Libia oggi vive una nuova vita a Torino grazie al frisbee

“Non c’è nulla di più pericoloso di quello che lasciavo”. Mohammed Mamoun, “Momo” per gli amici, è scappato dalla Libia un paio di anni fa per scampare alla morte. Un viaggio che non si può definire della speranza, come spesso si fa sui giornali o nei telegiornali, ma è meglio definirlo per la paura. Un viaggio che l’ha portato a stare 3 giorni in mezzo al mare praticamente senza cibo e acqua.

“Sono arrivato in Italia a fine 2016, dal mare – racconta in un buon italiano – Un viaggio dalla Libia alla Sicilia”. Lui è nato il 18 maggio 1983, in Marocco, a Salé, un paese vicino alla capitale Rabat. Per sette anni ha vissuto in Libia, dove ha fatto il falegname, ma poi pendeva su di lui una scure: era in corso una rappresaglia contro chi aveva combattuto o sostenuto l’ex leader libico Gheddafi. Erano minacciati di morte anche parenti, amici o conoscenti di qualsiasi persona avesse avuto a che fare con il regime precedente.

Momo” non era stato coinvolto, ma il compagno della madre era un miliziano, quindi ha deciso di partire senza pensarci troppo: “Mi hanno bruciato la casa, tolto i documenti, tolto tutto. Potevo arrivare come non arrivare in Italia, non mi aspettavo nulla. Le possibilità erano 50 e 50, ma nulla era peggio di quello che lasciavo”. Così ha deciso di imbarcarsi su un barcone, per un viaggio che miracolosamente l’ha visto arrivare vivo.

“Credevamo durasse qualche ora, invece, poco tempo dopo aver passato il confine delle acque libiche, siamo rimasti senza benzina in mezzo al mare”. Alla guida del barcone c’era un giovane del Senegal, che voleva scappare anche lui verso l’Italia, ed è stato istruito in vista di questo viaggio probabilmente da chi vive su questi traffici di persone. L’unica strumentazione di bordo per orientarsi erano delle bussole.

Quando la benzina è finita, inevitabilmente si è fatta largo la paura di morire lì, in mezzo al mare. A bordo non c’era più acqua né viveri per tutti, per circa 140 persone, tra cui alcuni bambini. Dopo tre giorni, una nave è venuta a soccorrerli, ma 5 persone non ce l’hanno fatta: sono morte in mare.

“Momo” ha difficoltà a raccontare le sue sensazioni quando ha visto la Sicilia, i suoi occhi si riempiono di lacrime e il viso si china. Ma, dopo aver toccato terra, tutta quella paura e quella tristezza, se l’è lasciata alle spalle: “È come se fossi tornato a vivere di nuovo... ho pregato e ho pianto”.

“Ora ride sempre” lo descrive così Giulia Ferrari, presidente dell’Ultimate Torino, la prima società di frisbee della Regione, in cui “Momo” milita da qualche tempo.

Dopo un paio di settimane in Sicilia è stato spostato nel campo di Settimo e poi si è inserito in un progetto della cooperativa Babel, a Torino, dove oggi vive. “Mi hanno aiutato a imparare l’italiano, andare a scuola e a fare attività di volontariato, come l’animatore a San Salvario”. Poi l’incontro con il frisbee. Una folgorazione. “L’avevo preso in mano solo un po’ di volte in Marocco, ma ho iniziato a giocare con dei ragazzi al Parco del Valentino. È stato come un regalo di Dio”, racconta lui che, da piccolo, nella sua terra di origine, giocava a calcio come portiere.

Tra questi ragazzi del Valentino c’era un componente dell’Ultimate, che lo ha invitato a un’open day nel luglio del 2017. Da allora “Momo” milita nella squadra maschile che fa il campionato di serie C (“Beecerin”) – l’associazione sportiva dilettantistica conta anche su un’altra squadra maschile in A e una femminile in B. Da lì è iniziata una bella storia di sport e integrazione: “Quando abbiamo vinto la prima partita, ero molto felice, l’ho raccontato a tutti e ho postato foto su Facebook”, racconta con un sorriso raggiante.

Ora, però, il suo destino in Italia è appeso a un filo: ha fatto il colloquio e, fra poche settimane, gli devono far sapere se otterrà o meno l’asilo politico. Lui vorrebbe tanto poter rimanere qua, correre ancora con i suoi compagni di squadra, ma non solo. “Mi piacerebbe farmi una famiglia e trovare un lavoro nuovo da imparare”, oggi fa il falegname come anni fa in Libia, quando la sua vita l’ha spinto, di fronte alla paura della morte, verso l’Italia.

Marco Bertello

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