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Immortali | 06 febbraio 2019, 07:00

Il gioco più bello del mondo...

Vi chiedete dove stia andando a parare, con questo incipit decisamente curioso, rappresentativo di un odio profondo, viscerale.

Il gioco più bello del mondo...

Il mio amico Tim Chadwick, mancuniano trapiantato a Londra per lavoro, acceso tifoso del Manchester City, mi raccontava che negli anni settanta, quelli caldi della lotta indipendentista dell’IRA, negli hotel di infima categoria, non era infrequente vedere campeggiare sulla reception il cartello “No Blacks, No Dogs, No Irish”, ovvero niente neri, niente cani, niente irlandesi, in questo rigoroso ordine di gradimento, in cui gli originari della verde isola stavano sul gradino più basso, anche dopo i cani.  Da parte loro, gli irlandesi ricambiavano mescolando il Paxo, nome di una popolare minestra pronta dell’epoca con cui veniva scherzosamente chiamata la miscela esplosiva Made in IRA, nelle pentole delle loro padrone di casa.

Vi chiedete dove stia andando a parare, con questo incipit decisamente curioso, rappresentativo di un odio profondo, viscerale.

Rispondo in maniera ancora più curiosa. Al rispetto reciproco.

Con questi presupposti, sabato due febbraio 2019, mezzo secolo dopo, ho assistito in TV alla partita di rugby tra l’Irlanda e l’Inghilterra. Iniziamo col dire che negli stadi del rugby, non esiste il settore ospiti. Le gare si vedono tutti insieme, punto e basta.

Dicevo, dunque, che le note di “God save the Queen” sono salite al cielo dello stadio di Dublino senza che nessun irlandese si sognasse di fischiare o disturbare, meno che meno di arrivare a vie di fatto con i numerosi tifosi inglesi, mescolati a loro, che vestiti del bianco con rosa sul petto, hanno cantato a squarciagola il loro inno. Ma lo stesso sarebbe avvenuto, a parti invertite, a Twickenham, sobborghi di Londra.

E a questo punto ci si chiede perché, analoga situazione non si possa verificare in ambito calcistico. L'unica risposta che viene alla mente, non fa certamente onore al gioco del calcio ed ai suoi appassionati. Il rugby ha insito un contenuto educativo che il calcio non ha.

In campo questa differenza è palese, riscontrabile nella correttezza ed educazione con cui i giocatori si rivolgono all'arbitro per evidenziare una situazione a loro parere fallosa e alla dignitosa accettazione con cui accolgono le sue decisioni, sia favorevoli che contrarie.

L'impressione è che questo rispetto dimostrato dai giocatori, influenzi positivamente gli spettatori.

Una indicazione chiara, per tutto il mondo del calcio. Se è vero che il pesce puzza dalla testa, la testa del calcio sono i protagonisti in campo e quelli che ne cantano le gesta fuori, ovvero la categoria dei giornalisti. Certamente non sarebbe possibile ne giusto fare di tutta l'erba un fascio, ma certi atteggiamenti a metà tra l’incivile ed il fazioso, contribuiscono a mettere benzina su un fuoco che cova pericoloso, sempre pronto a divampare.

Mi sento di suggerire la visione integrale di tutte le partite del Sei Nazioni ed a seguire dei mondiali di rugby in Giappone, a giocatori, allenatori, presidenti e giornalisti vari, nessuno escluso. Chi ha la coscienza a posto, si godrà un bello spettacolo, chi non ce l'ha, potrà cogliere spunti di riflessione, sul suo comportamento e sul futuro di quello che ci ostiniamo a chiamare, a dispetto di tutto e tutti, il gioco più bello del mondo.

Domenico Beccaria

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