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Immortali | 10 aprile 2019, 09:44

All'ombra degli Immortali

"E così, in questa settantesima ricorrenza, il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata ha voluto dare loro un po' di quel calore, quella luce, di quella visibilità, di quella dignità che per decenni è stata loro negata"

All'ombra degli Immortali

ll quatto maggio 1949, alle cinque del pomeriggio, il tragico schianto sul colle di Superga, subito sotto la Basilica, si portò via trentuno vite umane. Il mondo intero si ricorda di loro. Il Grande Torino.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola ed Ossola. Ma fa solo undici. Tanti ricordano anche Ballarin II, Martelli, Fadini, Grava, Bongiorni, Operto e Schubert. E siamo a diciotto.

Qualcuno si spinge anche a Egri e Lievesley, i due allenatori. Cortina, Agnisetta e Civalleri, i tre accompagnatori e tecnici, se li ricordano solo pochi intenditori.

Cavallero, Tosatti e Casalbore, che erano i giornalisti vengono spesso citati dai colleghi. Ma siamo solo arrivati a ventisei.

Meroni, Bianciardi, Pangrazi, D’Incà e Bonaiuti non se li ricorda nessuno, salvo i parenti. Eppure su quell’aereo c'erano anche loro, anche loro hanno lasciato vedove ed orfani. Eppure anche loro, da settant'anni, dormono sul colle, ma all'ombra degli Immortali.

Ma si sa, all’ombra fa freddo e dopo un po’ il bisogno di riscaldarsi diventa impellente.

E così, in questa settantesima ricorrenza, il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata ha voluto dare loro un po' di quel calore, quella luce, di quella visibilità, di quella dignità che per decenni è stata loro negata. A loro è stata dedicata la mostra che si è inaugurata sabato sei aprile e che durerà fino a luglio prossimo, nelle Sale della Memoria, al Museo.

Con l’aiuto di una splendida giornata di sole, nel parco del Museo si sono ritrovati in tantissimi a stringersi attorno ai familiari dei dimenticati. C'erano il figlio minore di Meroni, il figlio di Bonaiuti e i nipoti di D’Incà.

Ma c'era soprattutto una grande commozione, un affetto sincero, che ha avvolto tutti i presenti ed ha dato la stura ai sentimenti più intimi di questi familiari, tenuti nascosti per settant'anni, repressi e ingabbiati, quasi da un senso di colpa, ingiustificato.

Lacrime sono sgorgate copiose sui volti di molti e tanti le hanno a stento trattenute. Per una volta, i protagonisti sono stati loro.

Beati gli ultimi, perché saranno i primi.

E oggi lo sono stati. Hanno avuto un piccolo risarcimento morale, un doveroso omaggio postumo. Insomma, non c'era modo migliore di iniziare l'avvicinamento al giorno della Memoria.

Perché essere del Toro significa anche questo: non lasciare indietro nessuno e portarsi nel cuore tutti, ma proprio tutti, quelli che col loro sangue, nobile o plebeo, hanno scritto la nostra Storia gloriosa e leggendaria.

Domenico Beccaria

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