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Economia e lavoro | 24 aprile 2019, 18:58

Ex addette Giordano Vini nel limbo: "Noi senza stipendio e accesso alla disoccupazione"

Koiné richiama il mancato trasferimento a Brescia per negare il licenziamento collettivo o la "giusta causa" alle 70 operatrici finite senza lavoro tra Diano d’Alba e Torino

Ex addette Giordano Vini nel limbo: "Noi senza stipendio e accesso alla disoccupazione"

"Cornute e mazziate": l’espressione, forse non elegantissima, rende comunque l’idea con cui le lavoratrici ex Giordano Vini descrivono la loro situazione a due mesi dall’avvio della vertenza nata dal mancato rinnovo dell’appalto per il servizio clienti della cantina di Diano d’Alba.

Una funzione aziendale che nel 2016 venne esternalizzata alla Koiné Nord Ovest, che allora si fece anche carico delle operatrici fino a quel momento alle dipendenze di Giordano; ora affidata alla Comdata di Ivrea, con la conseguenza che nelle scorse settimane – per quella stessa settantina di addette (41 in Valle Talloria e altre 30 nella sede torinese di Koiné) – l'unica prospettiva possibile per evitare il licenziamento era accettare l'unica improbabile proposta avanzata dall’azienda veneta: il trasferimento presso la sua sede di Brescia.  

Rifiutata quell'opzione, impraticabile per ovvie ragioni, ora le stesse lavoratrici denunciano una situazione che ha del grottesco: "A mezzo del proprio legale Koiné ci ha fatto sapere di non volersi assumere momentaneamente alcuna responsabilità in merito alla nostra liquidazione. Non intendono attivare le procedure per il licenziamento collettivo e nemmeno accettare nostre dimissioni 'per giusta causa', mentre hanno manifestato l’intenzione di tenerci 'in sospeso'. Così dallo scorso 15 aprile e fino 'a data da definirsi' noi siamo senza stipendio, senza contributi e private della possibilità di accedere al sussidio di disoccupazione".

Un’opzione che l’azienda avrebbe giustificato proprio con la mancata accettazione del trasferimento da parte delle addette, ma che secondo le stesse lavoratrici rivelerebbe nella pratica la volontà di evitare il pagamento del cosiddetto "ticket Naspi": circa 1.500 euro a persona dovuti dall’azienda per consentire l’accesso ai sussidi previsti nei casi, appunto, di licenziamento collettivo e dimissioni per giusta causa.  

"Qui non si sta più parlando di persone che hanno perso il lavoro, qui si parla di un’azienda che non licenziandoci ci nega pure la possibilità ai lavoratori di accedere alla Naspi", spiegano le Rsu aziendali, che aggiungono poi come questo congelamento "sine die" si estenda anche ai trattamenti di fine rapporto: cifre anche ingenti, considerate anzianità di lavoro che in taluni casi sfiorano i 30 anni, che col passaggio da Giordano a Koiné non sono state riscosse, ma passate nella disponibilità della nuova azienda.         

"Una situazione inaccettabile – continuano – nella quale il rischio d’impresa viene completamente scaricato su di noi, che non solo abbiamo perso il nostro lavoro, ma che ci vediamo anche ostacolate nell’accesso a provvidenze che ci siamo pagate versando per decenni i nostri contributi previdenziali". Cornute e mazziate, appunto.

Da qui la scelta di 34 delle 41 lavoratrici di affidarsi a un legale, l’avvocato torinese Simona Ferrero, che in questi giorni sta valutando le mosse da intraprendere per accompagnarle fuori da una situazione a dir poco kafkiana.

Ezio Massucco

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