/ Cronaca

Cronaca | 25 aprile 2019, 07:35

Quale futuro dopo il carcere? Il volontariato vuole fare la sua parte: "La Costituzione vieta di buttare via la chiave"

La Regione firma un protocollo con il Garante dei detenuti e le Conferenze nazionale e regionale dei volontari della giustizia. È il primo caso in Italia. "La nostra azione diminuisce i rischi di recidiva nei detenuti"

Quale futuro dopo il carcere? Il volontariato vuole fare la sua parte: "La Costituzione vieta di buttare via la chiave"

Un patto per contribuire a costruire un domani fuori dalle sbarre, dopo il carcere e per rispondere al rebus spesso senza soluzione del reinserimento sociale di chi ha saldato il proprio conto con la giustizia. Lo hanno stretto - primo caso di protocollo di questo genere in Italia - la Regione, il Garante regionale per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personali e le Conferenze nazionale e regionale del Volontariato giustizia, che raccoglie e rappresenta le forze "civiche" costituite dalle persone che spendono parte del proprio tempo libero facendo servizio presso le carceri.

E proprio i volontari sono il cardine di questo patto, persone che spendono la propria attività all'interno delle case circondariali e dunque sono il tramite tra i detenuti e il mondo "fuori". "I volontari sono cittadini formati e con la loro disponibilità permettono di ridurre nelle persone che incontrano le possibilità di recidiva", spiega Renato Dutto, presidente del Crvg. "Anche in momenti in cui si dice di chiudere dentro la gente e buttare via la chiave, la nostra Costituzione dice ben altro". "Vogliamo rafforzare un volontario consapevole e rispettoso delle regole - prosegue - perché bisogna fare profitti per la società e non danni".

"Solo un volontariato forte può scardinare alcune logiche illogiche del mondo penitenziario, sostenendo un dialogo consapevole con l'amministrazione carceraria - aggiunge Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti -. E fare attività di volontariato non vuol dire solo portare mutande pulite o bagnoschiuma, ma anche porre le condizioni per una rieducazione e un reinserimento sociale. Lo dice l'articolo 27 della nostra Costituzione. E prima che ce lo dica una nuova condanna della Corte Europea, siamo ancora in tempo a cambiare il carcere".

A dare una mano per la realizzazione di percorsi di formazione sempre più dettagliati, si candida la Regione. "Io e la mia collega Cerutti abbiamo voluto arrivare alla firma di questo protocollo dopo un lavoro che è stato lungo. Ma serviva un segnale culturale e civico - spiega Augusto Ferrari, assessore alle Politiche sociali - soprattutto in un periodo in cui si vuole legare per sempre una persona con il reato che può aver compiuto. E questo è un effetto solleticato anche da una certa politica, che lascia pensare che la sicurezza della collettività si ottiene solo chiudendo in carcere per sempre chi sbaglia". "I volontari e il volontariato sono il ponte per abbattere i muri che spesso si costruiscono nel mondo carcerario, un'istituzione che tende a essere chiusa rispetto alla comunità in cui è inserita. E i ponti li costruiscono le persone in carne e ossa".

Sono 350 i volontari "riconosciuti" tra Piemonte e Valle d'Aosta. Di cui 330 all'interno dei penitenziari, mentre gli altri lavorano nell'ambito di luoghi all'esterno dei penitenziari. Ma se si va oltre i cosiddetti "AVP", i volontari penitenziari, le cifre salgono anche di molto.

"Un detenuto che marcisce in galera fino all'ultimo giorno della pena non rende più sicura la società, ma crea delle mine vaganti sociali pronte a esplodere fin dal primo giorno in cui il detenuto esce. Quando invece una persona esce dopo essere passata attraverso forme alternative di pena, hanno potuto ricostruire reti sociali e iniziare a trovare un nuovo posto, magari imparando un lavoro", ribadisce Ornella Favero, presidente della Commissione nazionale dei volontari di giustizia. "Ma per scardinare certe storture che anche la politica contribuisce a volte a rafforzare serve un volontariato che non sia solo delle buone intenzioni, ma che sia preparato e formato. Non si ha a che fare con soggetti deboli, ma complessi e dunque bisogna avere gli strumenti adatti ad affrontare situazioni e persone, che possono anche aver fatto male, molto male".

Spesso, però, le forme di volontariato all'interno dei penitenziari non sono semplici. "Ma i volontari non sono ospiti, dentro il carcere - ribadisce Favero -: rappresentano la componente di società che si rende disponibile per costruire e contribuire alla rieducazione dei detenuti che impone la Costituzione. Spesso in carcere le persone imparano a essere bravi detenuti, ma non vuol dire essere poi bravi cittadini".

Massimiliano Sciullo

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium