Immortali - 15 maggio 2019, 07:29

Diritto di vivere, diritto di morire

In questi giorni passati, a cavallo del 4 maggio, il Museo del Grande Torino è stato il fulcro di una serie di eventi che hanno visto coinvolti altri quattro musei. Benfica, River, Fiorentina e Juventus

Diritto di vivere, diritto di morire

In questi giorni passati, a cavallo del 4 maggio, il Museo del Grande Torino è stato il fulcro di una serie di eventi che hanno visto coinvolti altri quattro musei. Benfica, River, Fiorentina e Juventus.

Al di la delle iniziative contingenti, strettamente correlate alla ricorrenza di Superga, la parte più interessante, per gli addetti ai lavori, si è concretizzata dietro le quinte, a riflettori spenti. Nello specifico, a tavola, luogo supremo di socializzazione, dove l’etichetta e il più o meno rigido protocollo della cerimonia ufficiale, lasciano il posto alle risate ed alle pacche sulle spalle.

In queste sedi, con un piatto pieno davanti ed il bicchiere levato in brindisi amichevoli, le chiacchiere sul comune argomento, così caro a tutti, della creazione, conservazione e gestione di un museo di calcio, sono fluite sciolte e spontanee. Argomento principe, ovviamente, era la conservazione e l’utilizzo dei cimeli in possesso dei musei.

Si sa, i cimeli sono di loro natura preziosi, perlopiù antichi e magari in non perfetto stato di conservazione. Esporli o non esporli, è da sempre il dilemma che attanaglia i conservatori dei musei. Ovvero, è più opportuno creare una replica, il più possibile aderente all’originale ed esporre quella, conservando il pezzo originale in ambiente oscuro e a temperatura ed umidità controllate, oppure usare l’originale in esposizione?

Luis Lapão, curatore del Museo Benfica, ha esposto una teoria che mi ha colpito e trovato perfettamente concorde. “È assolutamente impossibile impedire il degrado materiale degli oggetti, al massimo possiamo rallentarlo, ma non fermarlo. Tutto ha un inizio ed una fine, in primis le persone. Anche gli oggetti, quindi, hanno diritto di morire. Ma dopo aver vissuto, non per non aver vissuto”.

In buona sostanza, il desiderio di possedere un oggetto per l’eternità, o comunque per il maggior lasso temporale possibile, deve essere subordinato alla possibilità ed alla volontà di mettere questo oggetto nella fruibilità dell’intera comunità umana, facendolo vivere e consentendogli, il più avanti possibile, una dignitosa morte, piuttosto che condannarlo ad un assurdo ergastolo, rinchiuso in un locale climatizzato e blindato, lontano dalla vista del pubblico.

Questa filosofia della condivisione, da sempre, è quella che il nostro museo ha sposato e continua  a sostenere. Purtroppo, vista la nostra francescana povertà, non abbiamo a disposizione le stanze climatizzate che solo tre settimane fa ho visitato nel ventre del “Da Luz” imponente stadio del Benfica, dove ha sede il “Dipartimento Patrimonio, Memoria e Conservazione”, dove uno stuolo di persone amorevolmente cura e mantiene coppe e trofei, palloni, scarpe e maglie; ricerca, seleziona e scansiona immagini e documenti della storia del club lusitano. I nostri reperti, sebbene in ordine, non godono di così privilegiato trattamento.

A questo proposito, Luis era impressionato, oltre che dalla ricchezza della nostra collezione, dalla disponibilità con cui noi la mettiamo a disposizione di chi ce la chiede per allestimenti di mostre temporanee sulla storia granata.

Da loro, far uscire un pezzo dal museo per una qualsiasi ragione, è un’impresa che richiede autorizzazioni e assicurazioni, imballi e cure, che il più delle volte tolgono la voglia di effettuare la richiesta stessa.

Posso dare diretta testimonianza di questo, perché nel 2016, quando il Torino si recò a Lisbona per disputare la Eusebio Cup, a bordo campo furono esposte su due manichini, le maglie della nazionale di Francisco Ferreira e di Virgilio Maroso indossate a Genova nel febbraio 1949 in quell’Italia - Portogallo in cui si combinò la partita amichevole del 3 maggio, all’Estadio do Jamor, in onore del capitano portoghese.

Ebbene, mentre la maglia di Maroso, semplicemente, viaggiò con me nel mio trolley in cabina, per muovere quella di Ferreira il buon Luis dovette penare lacrime e sangue.

La discussione, ovviamente, potrebbe durare in eterno, ma mi permetto di chiudere il pezzo con un quesito, di ordine generale, anche se è nato in ambito di cultura calcistica, lasciando al lettore la risposta.

Che senso ha accumulare conoscenze e cimeli, se poi non si mettono al servizio della comunità, per il bene di tutti?

Per riprendere la teoria di Luis, non abbiamo dunque tutti il diritto a vivere ed infine anche a morire, dopo aver intensamente vissuto?

Domenico Beccaria

Ti potrebbero interessare anche:

SU