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Economia e lavoro | 17 luglio 2019, 07:10

Piccole, medie e pessimiste: la aziende torinesi non riescono a scorgere la ripresa

I dati di Api Torino confermano previsioni nere da qui alla fine del 2019, quando la spinta dell'export non basterà Corrado Alberto: "Serve un'assunzione di responsabilità da parte di tutti". E il Decreto dignità affossa le assunzioni

Piccole, medie e pessimiste: la aziende torinesi non riescono a scorgere la ripresa

Sono piccole e medie, ma soprattutto - in questo periodo - sono ostaggio del pessimismo. L'universo delle pmi torinesi sta affrontando questi mesi che sanciscono il giro di boa del 2019 con una certa difficoltà al sorriso. E la conferma - in un'atmosfera di confusione istituzionale che è nazionale, ma anche locale - arriva dai dati dell'ultima indagine realizzata da Api Torino.

“Le indicazioni che ci arrivano dal sistema delle piccole e medie imprese attraverso la nostra indagine congiunturale parlano chiaro: l’economia è nel pantano, gli ultimi sei mesi sono stati pessimi per le aziende e, soprattutto, non ci sono segnali di miglioramento da qui alla fine dell’anno”, commenta il presidente di Api Torino, Corrado Alberto. E aggiunge: “E’ evidente che dobbiamo tutti assumerci la responsabilità di uscire da questa situazione. Dobbiamo certamente essere più capaci di sfruttare le risorse che abbiamo ed avere le istituzioni al nostro fianco”. 

L'appello del presidente di API però, è ad ampio raggio: “E’ necessario un cambio di mentalità da parte di tutti: imprese, lavoratori, rappresentanti delle istituzioni. Dobbiamo renderci conto che non è possibile risuscitare un passato dorato nel ricordo del quale forse per troppo tempo ci siamo cullati. Detto questo, è anche necessario ribadire che non sono più accettabili atteggiamenti di incuria nei confronti di chi, imprenditori e loro collaboratori, ha ancora oggi voglia di creare ricchezza e occupazione in Italia”. “E’ necessario mettere mano da subito a strumenti che possano aiutare le imprese a ritrovare la strada dello sviluppo. A partire, per esempio, dal sostegno alle esportazioni, ma pensando anche all’infrastrutturazione del nostro territorio oltre che alla creazione di minime condizioni che consentano alle aziende di produrre con maggiore competitività”.

“Nei primi sei mesi – spiega Fabio Schena, responsabile dell’Ufficio Studi che ha condotto l’indagine -,  non c’è stato nessun segnale concreto di ripresa: gli indicatori sono fermi ai livello della fine dello scorso anno. Guardando da qui a sei mesi, invece, gli imprenditori ci hanno restituito un orizzonte pessimo nel quale la diminuzione degli investimenti e il calo dell’occupazione sono i dati più evidenti”. 


In particolare, la raccolta degli ordini, i livelli di produzione e il fatturato rimangono invariati rispetto a sei mesi fa. E se rispetto al mercato italiano le pmi faticano, i miglioramenti sul territorio europeo (da -2,9 a +7,9%) non bastano a ottenere un effetto positivo. La capacità di utilizzo degli impianti continua progressivamente a ridursi, segnando il 71,9%.

Il fenomeno dei ritardi di pagamento è in progressiva attenuazione, ma rimane ancora su livelli considerevoli: il 71,1% delle imprese vanta crediti scaduti e nel 48,7% si tratta di crediti scaduti da oltre 60 giorni. Mediamente, i ritardi si attestano attorno ai 184 giorni, con picchi che arrivano fino a 210 giorni nel caso della Grande Industria cliente. E l’introduzione dell’obbligo della fatturazione elettronica non ha generato benefici, al momento, in termini di riduzione dei tempi di pagamento. Anzi, in taluni casi, le imprese attribuiscono alla fatturazione elettronica il motivo di un ulteriore allungamento dei tempi di incasso.

Di conseguenza frenano gli investimenti (da 69 a 55%) e l'occupazione si contrae di 4 punti percentuali, arrivando a segnare un -1,4%.

Per il secondo semestre del 2019, prevale il pessimismo. Le attese sui livelli di produzione sono negative (-12,7%), così come l'utilizzo degli impianti (70,3%). Sul fronte dei mercati esteri si attende una discreta ripresa, ma non sufficientemente robusta da risollevare il deteriorato clima di fiducia degli imprenditori. E si riduce la porzione di imprese che avvieranno nuovi inserimenti in azienda: dal 45,6% di sei mesi fa all’attuale 39,5%. Un contesto in cui incide negativamente il Decreto Dignità, facendo crollare i contratti a tempo determinato dal 33,8% al 7,4%. Mentre i tempi indeterminati restano inchiodati a quota 17,3%.

Massimiliano Sciullo

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