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Strade Aperte | 22 settembre 2019, 06:20

"Da piccolo volevo fare il Presidente. Oggi leggo Primo Levi e mi emoziono per la Juve": la storia di Ahmed, il migrante che a Torino è diventato dottore

Il Darfour, Lampedusa, la casa-albergo di via Bologna, i film di Pierino e la pasta al pesto da portare in Sudan. Fino alla laurea in Scienze Internazionali. Immagini tatuate nell'anima di un “nuovo” italiano: "Questo paese mi ha dato tutto. Ho diritti e doveri: sono di nuovo una persona"

"Da piccolo volevo fare il Presidente. Oggi leggo Primo Levi e mi emoziono per la Juve": la storia di Ahmed, il migrante che a Torino è diventato dottore

“Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo, / che lavora nel fango, / che non conosce pace, / che lotta per mezzo pane, / che muore per un sì o per un no…” (Primo levi, Shèma)

“Nel mio tempo libero mi piace leggere Primo Levi. È un uomo che ha sofferto tanto, ma i suoi testi, nonostante siano carichi di tristezza, mi danno tantissima forza. È il mio esempio di vita”: sono le parole di Ahmed Musa, 32 anni, scappato dalla guerra in Darfur e oggi laureato in Scienze Internazionali con specializzazione in Diritti Umani all'Università di Torino.

Ahmed è un rifugiato di origini sudanesi, costretto a scappare dalla sua Terra portandosi dentro il ricordo straziante della perdita di suo padre e dei suoi sei fratelli. Oggi a tenerlo legato alle sue origini sono la madre e la sorella rimaste in Sudan e i ricordi di un’infanzia che lo hanno reso l’uomo coraggioso che è adesso. Nel bilancio della sua vita sono i momenti felici che prevalgono e da questi vuole ripartire per garantire una vita diversa e prospera al figlio e a sua moglie in Italia.

Racconta della sua seconda nascita: l’arrivo a Lampedusa.

Ti sei appena laureato. Cosa farai ora e cosa saresti voluto diventare da grande quando eri bambino?

Quando ero piccolo avevo due sogni: il primo era diventare Presidente, ma poi ho capito che non è per niente facile! Il secondo, invece, era, ed è tutt’oggi, di lavorare nell’Onu. Lo vedo molto lontano e per arrivare lì devo fare mille passi in avanti. Ora che sono laureato sono contento e sto cercando lavoro. Vorrei proseguire gli studi perché i miei genitori mi hanno insegnato che studiando puoi cambiare la tua vita, ma anche quella degli altri. Mi sento felice e la mia felicità è iniziata a Lampedusa.

Raccontaci di te, del tuo arrivo in Italia e di come il destino ti ha portato a Torino.

Dopo la prima accoglienza a Taranto ho ottenuto lo status di rifugiato, ma non sapevo dove andare e cosa fare. Ho deciso di raggiungere un mio amico a Calais perché stava male, almeno avrei avuto modo di aiutarlo. Sono tornato in Italia e sono venuto a vivere a Torino nel 2013, e questa è stata la via più facile per me visto che avevo dei contatti. Uno dei miei amici che avrebbe dovuto ospitarmi non mi ha più risposto e sono rimasto a Porta Nuova per tre giorni. Solo al terzo ho incontrato dei ragazzi che parlavano arabo e mi hanno ospitato nella loro casa di via Bologna. Era una casa occupata con tante altre persone, alcune erano lì dal 2007 e sembrava di essere in un albergo! Una volta sistemato, anche se temporaneamente, mi sono informato per iscrivermi all’Università, ma non è stato semplice. Per fortuna sono riuscito a iscrivermi a un pelo dalla scadenza.

Hai incontrato qui a Torino una comunità sudanese con cui sei a contatto? Mantenete le vostre origini culturali attraverso la celebrazione di rituali o feste tipiche?

Sì, c’è una comunità sudanese, ma non mi piace l’idea di chiudermi. Le origini sono origini, soprattutto per i rifugiati, ma, a mio parere, non sono d’accordo nel fare “comunità”. Mi chiedo: perché non sciogliamo queste comunità e ci uniamo tutti dicendo che siamo torinesi? Magari guardando le partite della Juventus!

Io parlo sempre italiano, anche con i miei compaesani. Non lo faccio fin da subito con i nuovi arrivati perché hanno bisogno di tempo per imparare, ma con chi vive qui da tanto tempo sì. Di solito partecipo e rispetto i rituali di ogni cultura, come per esempio i matrimoni o i funerali, nel pieno rispetto della persona. Essere diverso è un punto di forza, ma non deve essere un’occasione per creare un circolo da soli. Questo è limitante. Si creano dei pregiudizi e ci si preclude la possibilità di incrociare qualcuno che possa insegnarci qualcosa di nuovo. Quando nuovi immigrati arrivano e trovano la loro comunità, imparare la lingua e integrarsi non sono una priorità perché non ne sentono il bisogno.

Che importanza hanno per te l’Italia e la sua lingua?

Quando ero piccolo guardavo sempre i film di Alberto Sordi e di Pierino. Mi piaceva imparare l’italiano parlato nei film, e soprattutto, mi piaceva la gestualità del popolo che ancora oggi mi fa ridere molto!

La Juventus mi fa sentire italiano. Guardavo sempre le partite con mio padre quando ero piccolo.

Ho iniziato a imparare l’italiano quando sono arrivato nel centro d’accoglienza, grazie ai volontari che tenevano dei corsi una volta a settimana. Io mi sento italiano, anche se sono rifugiato. Mi sento italiano perché tifo le sue squadre e mangio il suo cibo, infatti quando vado in Norvegia o in Sudan porto la pasta e il pesto alla mia famiglia che vive lì.

Sono orgoglioso perché ero alla fine della mia vita, ma grazie all’Italia sono rinato. Sono di nuovo una persona, ho dei diritti e dei doveri. L’Italia mi ha dato tanto, è uno Stato con una storia molto importante. Quando vado all’estero, per esempio, mi presento alle persone come italiano. Da quando sono qui sono completamente cambiato.

Cosa ne pensi dell’accoglienza in Italia e come ti sei sentito in questi anni a Torino?

Ognuno di noi ha qualcosa da dare. Per esempio, incontri una persona per strada e ti offre un minuto del suo tempo per darti un’indicazione, ecco. Questa per me è l’accoglienza vera. Credo molto nel rispetto reciproco che deve esserci tra persone e, grazie a questo modo di essere, sono le persone che vengono da te. Ho molti amici qui di ogni nazionalità e di ogni età. Li ho conosciuti in parrocchia, all’Università, un po’ ovunque. Alcuni tra loro sono le mie mamme, le mie sorelle, i miei nonni.

Ho avuto un brutto episodio di razzismo tempo fa da parte di due ragazzi, ma ho fatto denuncia e ho vinto la causa. Non ho agito così per dimostrare qualcosa o perché volevo fargliela pagare. L’ho fatto perché siamo in uno Stato in cui vigono delle regole ben precise e queste vanno rispettate. Sono consapevole del fatto che questi ragazzi non rappresentano la città di Torino e neanche i loro genitori. Infatti, non provo rancore per l’accaduto. So che il resto delle persone che ho conosciuto sono bravissime e mi trovo benissimo.

 

Giulia Amodeo

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