Cronaca - 18 ottobre 2019, 17:15

Uccisero orefice, ha preso il via a Torino il processo d'Appello; attenuante del "concorso anomalo" vale riduzione della pena di 5 anni

Tredici anni di condanna, contro i 18 anni inflitti in primo grado, la richiesta dell’accusa nei confronti di Giancarlo Erbino, ideatore della rapina di Monteu Roero

Uccisero orefice, ha preso il via a Torino il processo d'Appello; attenuante del "concorso anomalo" vale riduzione della pena di 5 anni

Dopo quello conclusosi nel giugno scorso a carico degli altri quattro componenti della banda (leggi qui), martedì 15 ottobre ha preso il via presso la Corte d’Assise d’Appello di Torino il processo di secondo grado a carico di Giancarlo Erbino, accusato di essere l’ispiratore della rapina che - secondo quanto ritenuto finora dai giudici – degenerò nell’omicidio dell’orefice di Monteu Roero Patrizio Piatti.
L’uomo venne colpito a morte da un colpo di una pistola esploso durante l’assalto che il gruppo di malviventi aveva tentato ai suoi danni nelle prime ore del 9 giugno 2015, con l’intento di mettere le mani sul tesoro che – sempre in quelli che sarebbero stati i presupposti del piano criminale - la vittima avrebbe custodito all’interno della propria villetta nelle campagne della Sinistra Tanaro.  

Per quel delitto, i quattro imputati che avevano scelto il rito abbreviato sono stati condannati nell’ambito di un processo celebrato presso il Tribunale di Torino, con ferme poi ridotte in appello. Erbino scelse invece il rito ordinario, affrontando un diverso procedimento svoltosi presso il Tribunale di Asti e conclusosi l’8 maggio 2018 con la sua condanna a 18 anni di reclusione (leggi anche qui).

Martedì, di fronte al collegio presieduto dal dottor Franco Greco, si è tenuta la lunga e articolata requisitoria con la quale il procuratore generale Marcello Tatangelo ha ricostruito le diverse tappe della vicenda, ripercorrendo i vari passaggi delle indagini condotte a carico dell’imputato e analizzando i contatti telefonici tenuti da quest’ultimo con gli altri componenti della banca.  

Il rappresentante dell’accusa ha quindi chiesto la conferma della condanna di Erbino, ma valutando opportuna la concessione dell’attenuante rappresentata dal cosiddetto "concorso anomalo", prevista dall’articolo 116 del Codice Penale, che prevede una riduzione di pena quando venga accertato che l’imputato non abbia voluto il "reato diverso" posto in essere dai concorrenti, come sarebbe stato il caso della rapina sfociata nella morte della vittima causata dai complici. Una circostanza in ragione della quale il procuratore ha quindi richiesto l’applicazione di una pena pari a 13 anni di reclusione.

A seguire la parola è quindi passata alle parti civili, con gli avvocati albesi Roberto e Matteo Ponzio che, patrocinanti la moglie e la figlia di Patrizio Piatti, hanno invece chiesto la conferma della condanna e delle statuizioni civili che la sentenza di primo grado aveva previsto in favore delle due congiunte (200mila euro alla moglie e 150mila alla figlia).

Il difensore dell’imputato, l’avvocato Davide Richetta, ha invece chiesto di ritenere le accuse nei confronti del suo assistito non provate "al di là di ogni ragionevole dubbio", chiedendone quindi l’assoluzione.

La corte ha aggiornato il processo al prossimo 29 ottobre per le repliche e il pronunciamento della sentenza.

Così gli avvocati Roberto e Matteo Ponzio commentano la posizione da loro assunta negli interessi di moglie e figlia dell’ucciso
: "Abbiamo proposto una lettura severa delle carte processuali in quanto secondo noi la condotta di Erbino prefigura il cosiddetto 'dolo eventuale': ben sapendo che gli esecutori materiali della rapina erano soggetti pericolosi e violenti, l’imputato ha accettato il rischio che la stessa potesse sfociare nella morte del gioielliere, come purtroppo avvenuto".

Roberto Ponzio avanza poi una più ampia riflessione sul portato di questo grave fatto di sangue: "Siamo di fronte a una vicenda che deve farci riflettere. Al di là del riconoscimento o dell’esclusione di una specifica attenuante, la constatazione da fare riguarda purtroppo il mutato livello della criminalità sul nostro territorio. In quella che era conosciuta come un’’isola felice’ accade ormai che bande armate organizzate possano entrarti in casa e attentare persino alla tua vita, se quanto da loro atteso non viene soddisfatto. Si tratta di episodi che non si verificavano quando qui operavano un tribunale e un carcere con le loro rispettive polizie".

"Un ulteriore ragionamento – conclude il legale – andrebbe fatto sulla vetustà anagrafica e culturale del nostro ordinamento penale, basato su un codice evidentemente inadeguato a comprendere le mutate condizioni della nostra società, visto che porta ancora la firma del re e di Mussolini".

E.Mas.

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