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Nuove Note | 16 febbraio 2020, 07:00

Spellbinder: racconto di un dialogo continuo tra poesia e musica

Spellbinder mescola la musica elettronica al teatro, il suono dei musicisti alla poesia; è spoken word che si interroga per cercare un significato e poi ritornare in un ambiente familiare

Spellbinder: racconto di un dialogo continuo tra poesia e musica

Spellbinder è un progetto di spoken word music messo su da Chiara De Cillis, Davide Galipò, Elena Cappai Bonanni e Ilaria Lemmo nel 2019.Gli autori del progetto, dopo anni di lavoro insieme presso la redazione di Neutopia - Rivista del Possibile, hanno messo insieme i loro punti di forza per unire poesia e musica nella raccolta Madrigale. Spellbinder mescola la musica elettronica al teatro, il suono dei musicisti alla poesia; è spoken word che si interroga per cercare un significato e poi ritornare in un ambiente familiare. “Anna al Mercato Centrale” è la prima elaborazione visiva e sonora del progetto che si interroga sul processo di gentrificazione.

 

Come è nato il progetto Spellbinder e perché si chiama così?

Davide: Spellbinder nasce dalla voglia di fare qualcosa insieme dopo anni di praticantato nella redazione di «Neutopia – Rivista del Possibile», durante i quali i nostri stili si sono influenzati – magari senza volerlo – pur mantenendo le loro differenze, con l’obiettivo di realizzare un progetto che avesse a che fare con la performance, senza dover passare dal soggetto, atto necessario a superare il nostro singolo super-Ego. Spellbinder – dall’inglese, “incantatore” – rappresenta l’entità fittizia, il cyborg indefinibile e androgino, qualcosa che è stato progettato per una funzione specifica ma allo stesso tempo sfugge al controllo dei suoi stessi creatori. È la memoria imprigionata dell’umano che di umano non ha più nulla. Unisce varie discipline, dalla musica elettronica agli ambienti teatrali, dalla poesia allo spoken word, dal cinema di fantascienza al suono di musicisti per noi imprescindibili come Massimo Volume, Teatro degli Orrori, Offlaga Disco Pax, IOSONOUNCANE.

 

Vi definite una macchina di spoken word music, proprio come una macchina è composta da diversi componenti e anche il vostro progetto è il risultato di più voci. Che equilibrio si crea tra le differenti anime? Se si crea, in che modo avviene?

Chiara: L’equilibrio si è quasi sempre creato spontaneamente, forse anche perché non è stato il nostro primo progetto comune ed eravamo ormai abituati a lavorare insieme. Conosciamo i nostri reciproci punti di forza e le nostre debolezze, così cerchiamo di compensare le rispettive mancanze. Le nostre voci sono molto diverse, ma creano a mio avviso una modesta armonia, in qualche maniera si percepisce che siano abituate a parlarsi. Altrimenti, saremmo davvero una macchina.

 

Cosa vuol dire per Spellbinder fare spoken word music?

Elena: Per me significa indagare quella zona liminare tra poesia e musica, fra testo e suono; una traccia non scritta, un’articolazione non solo fonetica. Un’applicazione. La voce, componente privilegiata della parola, si muove in uno spazio più ampio, si unisce ad “altro”, divenendo strumento in mezzo a tanti: un carillon può amplificare un verso; una chitarra scandisce e rompe il respiro; le dinamiche del testo e del suono si intersecano per fondersi tra loro. Questo “altro” rispetto alla voce poetica è qualcosa con cui essa interagisce per sua natura: la poesia è prima cantata, poi detta, poi scritta. Il nostro è quindi un ritorno a casa, all’utero materno. Anche a livello tematico, è un agitarsi che cerca sempre il ritorno. In questa ricerca la voce non basta. La musica indica la strada. Emerge così un terzo fattore, ovvero l’ipotesi di un significato: è questo il punto finale – o il punto d’inizio – che ricompone il tutto.

 

Come nasce un vostro brano?

Ilaria: Le domande che mi pongo, ogni volta che inizio a pensare ad un nuovo brano, sono: come emergono i suoni dal “silenzio” che precede l’inizio di un brano musicale? Come strutturare lo spazio sonoro dove si sviluppa un incontro, in questo caso specifico, con la parola e il suono?

Ogni brano lavorato per Spellbinder ha una sua identità e organicità sonora: nelle parole poetiche che mi venivano date erano presenti una serie di immagini e di luoghi, e il rapporto che ho cercato di creare con la ricerca sonora era da una parte un avvicinamento all’ambiente e alle necessità poetiche, dall’altra uno spazio sonoro indipendente e vivo, che avesse anch’esso la sua storia da raccontare, in perenne dialogo con la parola.

E poi da lì, il susseguirsi di suoni nasce dall’urgenza di esprimere ciò che questo incontro (parole e musica) abita.

 

Madrigale raccoglie i vostri testi. Sono nati separatamente o con l’idea di far parte di un lavoro comune?

Chiara: Sin da subito è stato chiaro che Spellbinder sarebbe stato un progetto comune sotto ogni aspetto, perciò anche i testi sono il frutto di una condivisione a priori di idee e pensieri. Prima di scrivere, abbiamo parlato tanto di ciò che con Madrigale volevamo esprimere, dei concetti che volevamo trasmettere. Ognuno di noi ha poi sviluppato queste idee nel modo che credeva più consono e nello stile proprio. A volte i testi sono rimasti intatti, in altre occasioni, come nel caso di Anna al Mercato Centrale, sono stati fatti “esplodere” e si è costruito il brano dalle schegge.

 

La vostra Torino musicale e non.

 

Davide: La Torino che conoscevamo è stata smantellata pezzo dopo pezzo da un progetto che la sta gradualmente trasformando nell’estrema periferia di Milano. La malattia che la pervade è sintomo di un virus molto diffuso, che ha già intaccato altre città, svuotandole della loro identità e rendendole costose vetrine. Tuttavia, esistono alcuni spazi e realtà underground che resistono e forniscono un antidoto salutare, come Radio Blackout, il Piccolo Teatro Garabato, il circolo Ultima Thule e lo Spazio 211, dove spesso capita ancora di ascoltare qualcosa di bello e interessante.

Dal punto di vista musicale, invece, Torino continua ad essere incubatrice di progetti molto originali e ben strutturati che aspettano solo di essere scoperti, come il teatro-canzone delirante di Luca Atzori, il rap di Rea o il punk lirico degli MCCS, che malgrado le difficoltà proseguono la loro opera di “disturbo” dal balcone di casa. Alcuni di questi progetti sono usciti per l’etichetta indipendente Radiobluenote di Davide Bava, che con la sua professionalità e il suo gusto ha dato vita a un vero e proprio poema sinfonico, Poesie per la Dora, nonché essere stato l’ingegnere del suono del nostro singolo, che precede l’uscita dell’album.

 

News, live in programma, appuntamenti.

Il 29 febbraio suoneremo alla Fondazione Berardelli di Brescia, in occasione del vernissage della collettiva La Poesia visiva come arte plurisensoriale; un appuntamento che fa parte del primo ciclo di incontri sulle pratiche sinestetiche della poesia, coadiuvato da Lamberto Pignotti e curato da Margot Modonesi. Oltre a noi si esibiranno Julien Blaine, Giovanni Fontana, Luc Fierens. Sarà soprattutto una festa, che ci permetterà di confrontarci con i grandi maestri del genere e di creare un ponte sul contemporaneo. A fine mese Madrigale uscirà su tutti gli store digitali e presto comunicheremo le date dal vivo.

Info su

 https://www.facebook.com/wspellbinder/ 

 

Federica Monello

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