Ci sono campioni che è bellissimo incontrare, in modo particolare quando si ci si avvicina ai Giochi Olimpici. Sono coloro che hanno fatto la storia dello sport e della manifestazione a cinque cerchi che appassiona miliardi di persone in tutto il mondo. Uno di questi campioni è Livio Berruti, medaglia d’oro nell’atletica nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960. L’occasione di incontrarlo è arrivata nella conferenza stampa di chiusura delle attività sportive stagionali del CUS Torino, che si è svolta ieri mattina presso la filiale della Banca Alpi Marittime di Via Santa Teresa. Abbiamo avuto quindi modo di intervistarlo a poco più di una settimana dall’inizio dei Giochi di Rio.
Buongiorno Berruti, cosa si sente di consigliare agli atleti italiani che si apprestano a partecipare ai Giochi Olimpici?
«Gli consiglio di affrontare questo evento e lo sport con gioia, con la curiosità di scoprire i propri limiti e cercare di superarli. Nello sport non è tanto importante battere gli avversari, ma sconfiggere se stessi, i propri limiti. Come dico sovente: chi fa sport in maniera pulita, serena e gioiosa è sempre vincitore, anche quando non vince mai».
Nel 1960 vinse a 21 anni quello straordinario oro nei 200 metri ai Giochi Olimpici di Roma. Le fa piacere constatare che quell’impresa è ancora tanto importante nel nostro paese?
«Per me è una sorpresa incredibile, non me lo sarei mai aspettato. Sicuramente fa molto piacere e dimostra che ho avuto, insieme agli altri atleti che hanno partecipato a quelle Olimpiadi, la fortuna di rappresentare un momento di rinascita della nazione. Gli anni sessanta sono stati un’epoca creativa, piena di slanci in avanti, con tante speranze e anche concretezze, tutte cose che oggi purtroppo non ci sono più. Siamo stati fortunati perché abbiamo avuto la possibilità di rappresentare questo momento formativo della nazione e l’abbiamo fatto con gioia, sorriso e amicizia, senza quella diffidenza tragica di oggi, che è figlia dei dubbi derivanti dal doping. Abbiamo vissuto in un ambiente più sereno e meno soggetto ai condizionamenti esterni».
Ci sono state molte polemiche sulla candidatura olimpica di Roma per il 2024: lei cosa ne pensa? Si augura che Roma ospiti le Olimpiadi?
«Le olimpiadi rappresentano un momento bello e molto formativo. Come si è visto anche a Torino nel 2006, i Giochi Olimpici creano un’atmosfera molto particolare e gioiosa, nella quale tutti sorridono, perché si verifica l’abbattimento di ogni discriminazione, da quella etica a quella ideologica, dalla discriminazione professionale a quella economica. Quando lo sport è fatto con queste condizioni è bello e crea un’immagine positiva. Roma ha molti problemi, ma penso che l’entusiasmo mostrato da Malagò sia sufficiente per dare a tutti la sensazione che non ci saranno quelle sorprese negative che hanno condizionato sovente lo stato italiano».
Ha parlato spesso del doping: cosa pensa della vicenda degli atleti russi?
«Già ai miei tempi alcuni atleti si dilettavano a fare delle prove in tal senso, soprattutto nell’est Europa, dov’erano dei pionieri. Diciamo che purtroppo oggi c’è una tale dipendenza dallo strapotere farmacologico, che è difficile stabilire una netta linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito. Ai miei tempi vedevi il medico ogni quattro anni, soltanto prima dei giochi o per fare dei controlli muscolari. Ora il medico è una componente fondamentale della quotidianità dell’atleta. Lo sport ha perso un po’ di ingenuità e di semplicità, sta diventato quasi una formula uno molto sofisticata».