Si sentono quotidianamente notizie allarmanti sui cambiamenti climatici da tutto il mondo, dalla desertificazione in Africa, al surriscaldamento e acidificazione degli oceani, allo scioglimento dei grandi ghiacciai e ai sempre più devastanti uragani, come Florence che sta per abbattersi sulla costa orientale degli Stati Uniti.
Questi e molti altri fenomeni legati ad un effetto serra accentuato dall’azione umana sembrano però sempre lontane dalle tranquille montagne del Piemonte e i suoi vasti terreni agricoli. O almeno si pensava prima che l’ARPA pubblicasse di recente la “Relazione sullo stato dell’ambiente” piemontese.
Gli scienziati dell’organo regionale hanno analizzato dati relativi alle temperature, precipitazioni e periodi di siccità raccolti sul territorio di tutte le province fin dagli anni ’50. Dal report si evince non solo che le temperature massime giornaliere sono aumentate di circa 2 ºC in soli 60 anni, ma anche che il ritmo del surriscaldamento sta incrementando ed ha ora raggiunto +0.6 ºC per ogni 10 anni.
La conseguente alterazione di cicli stagionali e di evapotraspirazione ha deteriorato la produzione agricola con un danno economico di 185 milioni di euro solo nell’estate 2017, di cui un quarto registrati nella Provincia di Cuneo. Inoltre, questo problema non può che acutizzarsi con riserve idriche progressivamente in calo, siccome le estati di siccità sono sempre più vicine tra di loro per via di un mutamento della distribuzione spazio-temporale della precipitazione.
È stata riscontrata infatti una “forte diminuzione” generale nel numero di giorni piovosi nel periodo 2001-2017 rispetto alle medie dell’ultimo trentennio del secolo scorso. Questa preoccupante tendenza è significativamente più accentuata nel Basso Piemonte e nel Biellese, qui accompagnata anche dalla perdita annua di 200 e 300 mm di pioggia, rispettivamente. Allo stesso tempo, tuttavia, il Verbano ne ha guadagnati 400, mentre gli autunni sembrano diventare più piovosi anche grazie ad episodi violenti come l’alluvione di Garessio nel novembre 2016.
Lo scioglimento di ghiacciai e permafrost contribuisce al dissesto idrogeologico, favorito da una riduzione delle nevicate negli ultimi trent’anni e da un’indebolimento delle foreste in seguito ad incendi ed epidemie sempre più frequenti. Di questo passo, è facile rendersi conto di come il paesaggio (e l’economia) piemontese possano cambiare nel corso dei prossimi decenni. Siamo giunti al punto di non ritorno?
Il Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha creato due modelli climatici per il Piemonte per prevedere l’evoluzione delle condizioni atmosferiche nel XXI secolo. Uno, l’RCP 8.5, che rappresenta le conseguenze di protrarre le emissioni attuali per altri 80 anni, pronostica un aumento di 0.7 ºC ogni 10 anni per raggiungere una temperatura massima media di quasi 20 ºC e una minima di 11 ºC, con una diminuzione sempre più marcata e diffusa delle precipitazioni.
Se invece la volontà politica riuscisse ad assicurare una “stabilizzazione delle emissioni di CO2” (modello RCP 4.5), la temperatura diverrebbe comunque compresa tra i 9 ed i 16 ºC entro il 2100; disastrosa sarebbe poi la variazione dei cicli stagionali: tra il 2041 e il 2070 le precipitazioni estive calerebbero di almeno un terzo, mentre quelle autunnali si amplificherebbero tra il 20 e il 50%.
Secondo gli scienziati, dunque, è questa l’entità dei cambiamenti climatici nel Piemonte che le varie strategie di adattamento regionali, nazionali ed europee dovranno provare a mitigare. Non sarà più sufficiente, infatti, ridurre le emissioni di gas serra perché l’umanità ha già inflitto un danno permanente al sistema terrestre, per lo meno lo si può constatare nella nostra regione.
Anche se l’obiettivo della giunta piemontese di ridurre le emissioni di almeno l’80% entro il 2050 viene raggiunto, si prospettano tempi duri per l’agricoltura e gli ecosistemi montani, visto che il resto del mondo potrebbe non essere così ambizioso nel fermare il surriscaldamento terrestre.