Attualità | 22 marzo 2020, 12:00

"La nostra speranza è la forza degli africani": un volontario albese della Communauté Abel racconta l’arrivo del Covid-19 in Costa d’Avorio

Sono sei i casi accertati di coronavirus nel paese. Lo Stato ha emanato un decreto per evitare che il virus prenda la stessa dimensione degli Stati Europei. Da domani chiuso il Grand Marché de Bassam

"La nostra speranza è la forza degli africani": un volontario albese della Communauté Abel racconta l’arrivo del Covid-19 in Costa d’Avorio

“Nel contesto Ivoriano, se non si esce al mattino per andare a lavorare, la sera non si porta a casa la pagnotta e non si mangia”. Marcello Giampaoletti, 23 anni di Montà, dopo la laurea a Torino, dove ha vissuto e studiato, ha deciso di prendersi un anno sabbatico e ha colto l’occasione, a novembre, di partire per la Costa d’Avorio con un suo amico originario di Daloa. Dopo un mese insieme, il suo amico è tornato a Torino e Marcello ha iniziato il volontariato presso la Communauté Abel (Gruppo Abele) nel territorio di Grand Bassam, vicino alla capitale economica Abidjan.

L’11 marzo è stato registrato il primo caso di coronavirus anche in Costa d’Avorio. Si tratta di un ivoriano proveniente dall’Italia che, ignaro di essere stato contagiato, ha fatto ritorno nel suo Paese. “Adesso il numero di contagiati registrati è salito a sei, ma sappiamo che ce ne sono molti altri non dichiarati”, spiega Marcello. “Il Consiglio dei Ministri ha varato un decreto sul rispetto delle norme igieniche e sanitarie. Scuole e boîtes de nuit chiuse. Eventi sportivi, attività balneari, spettacoli teatrali e cinematografici sono stati sospesi. A partire da domani anche il Grand Marché de Bassam verrà chiuso. Si prospetta una situazione catastrofica se il coronavirus raggiunge numeri come quelli degli stati europei”. Le misure restrittive sugli spostamenti e le uscite sono difficilmente applicabili nel contesto socio-economico ivoriano perché le persone sono obbligate ad uscire per andare a lavorare.

“Il fattore di maggiore preoccupazione – dice Marcello – è la sanità. Le attrezzature per fronteggiare l’emergenza sono scarse e i tamponi si possono fare solo in un ospedale della capitale, Yamoussoukro. Inoltre, la sanità è a pagamento”. L’opinione pubblica è spaccata a metà tra chi sottovaluta i rischi e chi, invece, ha molta paura. Per le strade di Grand Bassam si vedono passare alcune persone con le mascherine. Fortunatamente, l’effetto dello svuotamento dei supermercati non si è ancora verificato, ma in alcune farmacie le mascherine sono già sold-out e dove ancora è possibile acquistarle i prezzi sono aumentati notevolmente.

La Communauté Abel si è riunita per discutere sulle misure da adottarsi nei prossimi giorni. Alcuni corsi di formazione, come il corso di alfabetizzazione, falegnameria e sartoria, che prevedevano un numero di partecipanti superiori a cinquanta, sono stati al momento sospesi. Per quanto riguarda le altre attività all’aria aperta, come l’allevamento o l’agricoltura, invece, si dovrà rispettare la distanza di un metro tra persone e non si dovrà raggiungere un numero superiore a venti di persone nello stesso luogo. Prima di entrare e prima di uscire dal Centre Abel, dove si trova attualmente Marcello, bisogna lavarsi e disinfettarsi le mani: “Stiamo facendo il possibile per pulire al meglio, evitare contatti con l’esterno che non rispettino le norme. Siamo nel luogo più sicuro, dobbiamo solo fare molta attenzione”.

Marcello dovrebbe tornare in Italia a fine aprile. Il Governo, a partire dal 16 marzo, ha chiuso le frontiere per coloro che non sono ivoriani e che provengono da Paesi con un numero di contagiati superiore a cento. Per i rimpatri, invece, alcune compagnie, come Air France, hanno cancellato i voli per l’Italia fino al 3 di Aprile.

Riguardo la situazione in Italia, Marcello afferma: “Sono molto tranquillo per la famiglia perché stanno bene e stanno rispettando le normative. Non riesco neanche a immaginare cosa si possa provare a essere in quarantena, come stanno vivendo i miei cari e i miei amici in Italia. La mia più grande paura è l’incertezza del nostro futuro se il virus dovesse diffondersi anche qui”. Ciononostante lo spirito positivo permane in Marcello e negli altri volontari: “Qui nel Centre Abel continuiamo a divertirci cantando e ballando! Abbiamo grande fiducia nel caldo e nella forza degli africani!”.

Giulia Amodeo

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Giulia Amodeo

Ogni forma d’arte mi affascina e la passione per la scrittura mi accompagna fin dalle scuole Elementari. Nata a Priverno (LT), sono laureata in Comunicazione Interculturale e attualmente studio Comunicazione, ICT e Media. Dopo due anni di scoperta della cultura francese e molti viaggi alle spalle, che mi hanno educata al rispetto e all’amore delle diversità, sono arrivata a Torino, dove vivo ormai dal 2016.

Strade aperte
Questa rubrica nasce convogliando insieme viaggi, scrittura e un’identità culturale fluida e in costante arricchimento grazie all’incontro con l’altro. L'obiettivo è raccontare la multiculturalità che fa di Torino una delle città più ricche e accoglienti. Quartieri carichi di fascino sono popolati da persone di diversa provenienza e cultura. Si parla di storie di vita, di festività nazionali provenienti da tutto il mondo, di lotte pacifiche di natura sociale, di comunità. Culture, ma anche altro, soprattutto con la collaborazione di chi rappresenta le numerose comunità straniere presenti nel territorio piemontese: i Consoli.

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