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Cronaca | 02 dicembre 2020, 08:24

A Parco Dora il murale della discordia: Mishima divide Torino a cinquant'anni dalla morte

L'opera realizzata da Angelo Barile a ricordare il seppuku, rituale suicida dei samurai, ha sollevato numerose polemiche tra le frange della sinistra. Nella notte CasaPound ha affisso uno striscione in segno di solidarietà

A Parco Dora il murale della discordia: Mishima divide Torino a cinquant'anni dalla morte

Un'enorme spada conficcata nella bandiera militare giapponese, con il sole nascente circondato da sedici raggi rossi, nel cinquantenario del suicidio, secondo l'antico rituale samurai del seppuku, del controverso intellettuale Yukio Mishima. E' questo il murale realizzato a Parco Dora dall'artista Angelo Barile nell'ambito del progetto “Vita Nova” del Salone del Libro di Torino. L'iniziativa è stata promossa dall'associazione Fiori di Ciliegio con la collaborazione del Circolo dei lettori e degli assessorati alla cultura e alla cooperazione della Regione Piemonte.

L'opera e l'iconografia scelta hanno però scatenato aspre polemiche, dividendo l'opinione pubblica. A esprimere il proprio dissenso, è stato fin da subito Marco Novello, presidente della Circoscrizione 5, su cui quella zona del parco insiste: “Quest'opera - ha commentato – esalta il suo ultimo atto, portato a termine in nome della tradizione e dei valori nazionalisti dell'impero del sol levante; credo che per ricordare una delle maggiori figure della letteratura del '900 non sia il messaggio più adeguato, si sarebbe potuto fare in altro modo”.

A rincarare la dose è il capo-gruppo di Torino in Comune in Circoscrizione 4 Simone Ciabattoni: “Ritengo grave – dichiara – ricorrere a una simbologia di questo tipo su iniziativa della Regione. A Parco Dora servono luoghi di aggregazione, una scuola e un poliambulatorio, non messaggi che osannano la lotta imperialista: è legittimo approfondire la figura di Mishima proprio per evitare che il suo ricordo si limiti al suicidio e venga strumentalizzato dall'estrema destra per veicolare messaggi militaristi e nazionalisti”.

Yukio Mishima (Tokyo, 1925-1970) pseudonimo di Kimitake Hiraoka, è stato romanziere, saggista, poeta, drammaturgo e anche regista cinematografico, senza dubbio il più letto e celebrato autore giapponese del secondo Novecento. Acceso nazionalista, ma di stampo nostalgico, rifiutava il declino morale e civile di un Paese traviato dalla modernizzazione e della prosperità materiale, dimentico delle proprie tradizioni. Alberto Moravia lo definì un "conservatore decadente", e, in effetti, il suo anelito verso un sistema valoriale ormai perduto l'ha giustamente inserito nella sfera del mito letterario imperituro. Tra i suoi ideali più forti, il patriottismo, che ispirò anche numerosi personaggi delle sue opere, e il culto per l'imperatore, adorato quasi come una figura astratta, eterea, semidivina.  

Culturista e maestro di kendō, pubblicò il suo primo romanzo, Confessioni di una maschera, nel 1949. La sua opera più celebre, la tetralogia Il mare della fertilità, venne completata proprio nell'anno della sua morte.

Fu candidato al Premio Nobel per la Letteratura nel 1968, poi assegnato a Yasunari Kawabata. Da sempre ossessionato dall'idea della morte - atto estremo di un'esistenza aderente a un ideale di perfezione estetica e artistica -, il 25 novembre 1970, accompagnato dai membri più fidati del Takenokai (Società dello Scudo, milizia paramilitare da lui fondata nel 1968) occupò simbolicamente il Quartier Generale del Comando Orientale delle Forze di Autodifesa Giapponesi-Ichigaya e sequestrò il generale Kanetoshi Mashita, legandolo alla poltrona del suo ufficio. Dopo aver pronunciato tre volte "Tenno-heika Banzai", lunga vita all'imperatore, si tolse la vita come un autentico samurai. Aveva 45 anni. 

Suona così il discorso che tenne poco prima di compiere il seppuku, il suicidio rituale: "Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo". 

Figura da sempre dibattuta, la sua influenza anche nella cultura occidentale del dopoguerra è innegabile. Per il suo vitalismo venne paragonato a Gabriele D'Annunzio, mentre altri videro, nella sua ricerca spasmodica della purezza contro il degrado, la stessa spinta che animò l'eretico Pier Paolo Pasolini. "Una personalità scomoda, lacerante, intrisa di senso dell'onore e di patriottismo", secondo gli assessori della Regione Piemonte Vittoria Poggio e Maurizio Marrone, un'etichetta che ha contribuito ad accendere una spinosa querelle social, negli ultimi due giorni, di stampo prettamente politico, distaccata dal contesto culturale di riferimento. 

Ma ha sicuramente ragione Davide D'Agostino, presidente di Fiori di Ciliegio, quando afferma che "Mishima è un artista unico ed eccezionale, difficilmente comprensibile dall'occidente, che però lo ha sempre amato". "Un artista capace di conciliare tradizione e novità", aggiunge Elena Loewenthal, direttore del Circolo dei lettori, seguita a ruota dal direttore del Salone del Libro Nicola Lagioia: "Un concentrato di fascino e complessità, capace di incarnare l'irrisolta bellezza e tragedia del Novecento".

E forse, oggi, varrebbe la pena celebrarne l'indiscussa grandezza letteraria senza chiamare in causa polemiche strumentali e capziose, che quasi offendono e sminuiscono la capacità analitica e critica di un qualsiasi osservatore di fronte all'opera d'arte. "Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata - scriveva Mishima -, forse non è altro che un fragile vetro".

Tuttavia, a rincarare la dose, è arrivata, come prevedibile, la risposta dell'estrema destra. CasaPound, con una modalità ormai ben nota a Torino, ha affisso nella notte uno striscione ai piedi del murales di Barile, in segno di solidarietà: “È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito?”, recita.

"Mishima - affermano i militanti in una nota - era un nazionalista che, dopo aver dedicato tutta la sua vita all'arte e alla cultura, nel momento più alto del suo successo ha deciso di sacrificare simbolicamente la sua vita per il riscatto del Giappone, che vedeva percorrere la strada senza ritorno dell'occidentalizzazione. Mishima, con la sua sensibilità di poeta, ha colto con largo anticipo gli effetti sradicanti della globalizzazione e ha provato con il suo suicidio ad opporvisi". 

"Non venga in mente ai talebani di sinistra di cancellare o danneggiare il murales - conclude CasaPound -, perché questo omaggio al poeta nipponico oggi fa parte della storia di Torino e non permetteremo la sua rimozione". 

Marco Berton e Manuela Marascio

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