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Attualità | 02 febbraio 2021, 20:05

Torino in “zona bionda”: viaggio tra i pub della città che servono pranzi per sopravvivere [VIDEO e FOTO]

Orari completamente capovolti: chiusi la sera e aperti al mattino. Dietro le birre spillate e i panini di un pub ci sono famiglie che vivono grazie al lavoro di un settore fortemente penalizzato dalla pandemia, ma che prova ancora a ricominciare

La riapertura dei pub a Torino

La riapertura dei pub

Spillare una Guinness alle 11:30 del mattino è una cosa comunissima se ti trovi nella City di Londra o in un quartiere di Dublino, meno se la birra viene servita prima dell'ora di pranzo a Torino. In centro, a due passi da via Garibaldi.

Eppure è questa la nuova normalità del MacGillyCuddy’s, storico pub torinese riaperto da quando il Piemonte è tornato in zona gialla. Il Covid e le restrizioni che hanno accompagnato il virus, hanno rivoluzionato il mondo dei locali, dei pub, costretti a ribaltare completamente orari e abitudini per andare avanti: "Abbiamo sempre lavorato di sera, aprire la mattina cambia tutto. Il nostro ritmo biologico è differente, è molto più difficile" racconta il titolare del pub, Marco Desogus.

La chiusura odierna alle 18, di fatto, coincide con quello che una volta era l'orario di apertura dei pub torinesi. Il pranzo è diventato quindi il momento clou della giornata. Torino però non è Londra e le abitudini dei torinesi sono diverse: "Siamo partiti piano, non siamo abituati ad andare al pub di giorno: è un’abitudine che non esiste. Pian pianino però le cose vanno meglio, il pub è un punto di incontro, di ritrovo, dove la gente ha voglia di incontrarsi davanti a una birra. Anche di giorno, non l’avrei mai creduto".

Da qui l'idea di dare il via a promozioni ad hoc per la pausa pranzo, nella speranza che torni presto il turismo, che si riduca lo smartworking e soprattutto che si ritorni presto ad orari "da pub". Solo così, secondo i gestori dei locali, si tornerà ai livelli pre-pandemia. L'esempio del MacGillyCuddy’s, in via Bligny, è lampante: delle 120 persone che l'irish pub potrebbe ospitare, la capienza massima è stata ridotta a 50. Meno della metà, anche in caso di "pienone".

Ecco perché la richiesta di Marco, che è sempre in contatto con i colleghi di altri pub tramite un chat Whatsapp, è che lo Stato tenda loro una mano: "Bisognerebbe bloccare alcuni pagamenti: ora abbiamo la Siae, che verrà rimandata ad aprile. Ma senza incassi, ad aprile avremo tutte le spese da affrontare comunque. La nostra azienda ha richiesto 25.000 euro allo Stato, ma li dovremo ridare. L’Inps arriva, la luce è sempre quella e anche gli affitti". 

Di certo, dietro una birra spillata e un panino caldo servito, ci sono dipendenti e famiglie che vivono grazie al lavoro quotidiano in un settore fortemente penalizzato dalla pandemia e dalle restrizioni che si è portata dietro. "Questa piccola azienda, un pub da 100 metri quadri, ha cinque dipendenti e due soci. Un costo dai 100 ai 120mila euro all’anno. Chiediamo un aiuto: manteniamo delle famiglie, diamo lavoro alle persone" spiega il titolare del MacGillyCuddy’s, che racconta come alcuni dipendenti stiano aspettando ancora la cassa integrazione di maggio

Nonostante le grandi difficoltà, Marco Desogus e i suoi colleghi non hanno alcuna voglia di mollare. Anzi: "Il futuro? Sono ottimista, ma bisogna risolvere questo problema in fretta". Una frase pronunciata con il sorriso, dopo aver buttato giù l'ultimo sorso di birra. I clienti stanno arrivando: anche al pub è giunta l'ora di servire pranzo.

Andrea Parisotto

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