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Attualità | 06 agosto 2021, 11:00

Esilio in e-bike: il viaggio di due angrognini e di una loro amica

Sette giorni per arrivare a Ginevra partendo dalla statua di Arnaud a Torre Pellice e percorrendo le strade su cui camminarono i valdesi in esilio nel 1687

La strada verso Aiguebelle nella valle dell'Arc

La strada verso Aiguebelle nella valle dell'Arc

Rifare il viaggio con cui, nel gennaio del 1687, 2.880 valdesi raggiunsero a piedi Ginevra dal carcere della Castiglia a Saluzzo, una volta concessa la liberazione da Vittorio Amedeo II ma solo a condizione di espatriare. Questo l ’obiettivo del viaggio in e-bike di due coniugi angrognini, Marco Fraschia e Rinalda Benech, assieme all ’amica Lilia Davit, che hanno deciso di percorrere le strade dell ’esilio pedalando da un minimo di 40 a un massimo di 110 chilometri al giorno. E ci sono voluti sette giorni per arrivare a Ginevra oggi, venerdì 6 agosto, tenendo conto di un giorno di sosta Annecy a causa della pioggia battente e continua.

“Il viaggio dell ’esilio inizia da Saluzzo, da una delle 13 carceri dalle quali partirono i valdesi diretti in esilio a Ginevra, in altri cantoni svizzeri e in Germania – spiega Fraschia –. Ma noi, venerdì 30 luglio, siamo partiti dalla statua di Henri Arnaud a Torre Pellice”. Il luogo ha un valore simbolico perché quest ’anno si celebra il trecentenario della morte di Arnaud, l ’artefice del Glorioso Rimpatrio che permise proprio a un nucleo di espatriati di tornare nelle valli nel 1689.

Per fare il tragitto a piedi, Fraschia e le sue compagne di viaggio avrebbero impiegato circa 14 giorni: “La bicicletta è il mezzo migliore per ripercorrere l ’itinerario dell ’esilio dei valdesi. A piedi sarebbe filologicamente più corretto ma troppo noioso e lungo” spiega. Il mezzo scelto ha creato problemi però nella pianificazione del viaggio di ritorno: “Tornando solo le prime due tappe saranno in bici e poi ci verranno a prendere perché non arriveremmo a casa in tempo per lunedì, quando è previsto che mia moglie ricominci a lavorare”. La loro idea era raggiungere casa utilizzando i trasporti pubblici ma non è stato possibile: “Nessun bus carica bici elettriche, penso a causa del peso, e ricorrere al treno è complicato perché non tutti prevedono il trasporto bici. Abbiamo anche scritto a FlixBus ma niente da fare: nessuna bici elettrica”.

All ’andata particolarmente impegnativa è stata la salita da Tournon al colle Tamiè, seconda per fatica richiesta dopo il Moncenisio: “Sull ’antica strada reale, tra Moncenisio e Ferrere, il comune più piccolo d ’Italia, e la statale del Moncenisio, abbiamo anche dovuto scendere per spingere un po ’ le bici”.

Tra gli imprevisti, oltre alla pioggia di Annecy anche la chiusura di strutture ricettive: “Non avevamo prenotato niente preferendo scegliere di volta in volta dove fermarci a dormire. Così il terzo giorno abbiamo dovuto allungare la tappa di trenta chilometri per trovare un posto aperto e ci ha aiutato un edicolante a individuare una sistemazione”. La situazione più buffa a Lanslebourg dove nell ’albergo scelto lavora solo personale ucraino e polacco: “È stato difficile capire il francese che parlavano”.

Nessun problema invece per trovare punti dover ricaricare le bici: “Ogni albergo ci ha dato un posto chiuso e coperto in cui lasciare e caricare le i mezzi. A volte in pausa pranzo anche bar e ristoranti ci hanno lasciato caricare un po ’ le batterie”.

Elisa Rollino

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