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E poe...sia! | 26 settembre 2021, 09:53

Dolori di parto

Parliamo di cambiamento e di Natura. Prima dei versi di Nicola Iacobucci

Climate Clock Roma, Ministero della Transizione Ecologica (immagine dal web)

Climate Clock Roma, Ministero della Transizione Ecologica (immagine dal web)

Ben ritrovati, amici #poetrylovers. Come state?

È ufficiale: siamo in autunno! Ve ne siete accorti? Sono passati appena cinque giorni, in fondo.

Il poeta Vincenzo Cardarelli, nella lirica che porta proprio il nome di questa stagione, scrive: “Ora passa e declina / in quest’autunno che incede / con lentezza indicibile / il miglior tempo della nostra vita / e lungamente ci dice addio”.

Mi ha colpito leggere dell’autunno come di un lungo addio, che porta con sé “il miglior tempo della nostra vita”. Certo, un punto di vista pessimistico, malinconico, legato più a quello che ci si lascia alle spalle piuttosto che alla futura rinascita. Eppure, eppure… non è forse vero che i dolci e cangianti colori delle foglie sugli alberi, il profumo terroso di pioggia e la luce solare sempre più ridotta predispongono tutti noi a una sensibilità maggiore, marcata, intima? Sia ciò da imputare all’atmosfera o al cambio di clima, facciamone tesoro, dunque, a partire da oggi; sfruttiamo questa inclinazione alla riflessione, per cogliere e ascoltare i segnali tutt’intorno.

Di quali segnali sto parlando?

Di quelli più autentici: i dolori di parto, provenienti dalla prima e ultima Madre dell’universo, la Natura. Impossibile ignorarli, inevitabile il cambiamento. In comunicazione continua coi suoi figli (altrettanto continuamente distratti), nel caso specifico essa “dipinge” tramite l’autunno il suo bisogno di riposo e trasmette un senso di stanchezza, fatica, vecchiaia e morte, benché apparente.

Ecco dove, pensando, ho avuto un sussulto: diamo talmente per scontato che a un certo punto Madre Terra si stiracchi, ravvivi i capelli e riparta a produrre fiori, frutti e bellezza, che neppure apprezziamo la meraviglia del processo, la magia della vita e la fortuna sfacciata che abbiamo di assistervi. E goderne.

Ho deciso dunque di avvalorare e trarre spunto dalla malinconia della lirica poco fa citata per continuare su quel filone; non certo con l’intenzione di deprimere Voi, amati lettori, che ogni mese sostenete la mia lotta a favore della Poesia! Al contrario, con il forte desiderio di stimolare movimento. No, non quello muscolare. Quello mentale: perché un’anima ben allenata produce società più consapevoli.

Inutile ribadire quanto scivolosa sia la china su cui giochiamo a fare gli equilibristi. Ce lo hanno detto in tutte le salse, che il pianeta sta morendo. Sarà drastico, sarà duro da sentire e digerire, ma non cambia la sua veridicità. Una cruda realtà (l’ennesima) di cui siamo colpevoli. E non vale il discorso: cosa ne possiamo noi singoli, decidono tutto dall’alto!? Sì, giustissimo: le principali linee d’azione in campo economico-ambientale sono sempre state gestite dalla classe politica ma non ricordo, in adolescenza – una quindicina d’anni fa al massimo, in cui già si sapeva del baratro a cui eravamo prossimi - di aver assistito a veri e propri movimenti globali contro l’inquinamento. A prese di coscienza di massa, in cui i popoli e non i governanti decidessero delle sorti collettive. Un esempio? Che si critichi o meno, che si voglia scovare l’ennesimo complotto, i Fridays for Future lanciati dalla giovanissima attivista Greta Thunberg (figura ambigua ma non per questo disonesta nelle intenzioni), sono letteralmente esplosi; soprattutto tra ragazzi, la sensazione di coesione e forza trasmessa, che li legava nell’obiettivo comune di difendere il proprio ambiente e conseguente futuro, ha scatenato un’ondata di proteste pacifiche, comizi, manifestazioni. Inutili? Direi di no, visti i molti “risvegli dal torpore” in persone di tutte le età. Le istituzioni, invece?

Non si può ignorare un intero mondo in movimento.

E infatti: servizi televisivi, interviste, programmi scientifici, incentivi statali per una mobilità più sostenibile, aumento delle restrizioni sul traffico, incremento senza precedenti degli investimenti sulle energie rinnovabili e i carburanti puliti, graduale ma progressiva sostituzione della plastica con materiali biodegradabili, fermento! Sino ad arrivare all’istituzione di un vero e proprio ministero, ideato e creato ad hoc, per la Transizione Ecologica. Ancora, la nascita del Consiglio Europeo Ambiente.

Legittimo chiedersi, tuttavia: serviva un’inondazione catastrofica nella vicina Germania per capire e accettare che il cambiamento climatico è già qui e galoppa selvaggio verso tutti noi? C’era bisogno di sentire il pericolo “vicino” per vederlo? E perché le immagini del velocissimo scioglimento dei ghiacci polari o dei ghiacci perenni montani, di orsi bianchi ridotti a scheletri, di ecosistemi barbaramente sfruttati (tra tutti la foresta amazzonica), di tifoni e disastri naturali in nazioni di cui ricordiamo l’esistenza soltanto per le vacanze, non sono bastate?

Non vi mette i brividi? Sapere che l’uomo ha da sempre le carte in regola e le capacità per integrarsi perfettamente nel suo ambiente, per usarlo e non abusarne, per amarlo e non pretenderlo? Davvero credevamo non sarebbe mai arrivata l’ora di pagare il conto del buffet? Quanti allarmi lanciati, quanti dati scientifici considerati meno importanti del punteggio di una partita di calcio…

Fine delle domande. Inizio delle risposte: adesso, dentro di noi.

L’ennesima fortuna (immeritata) è che restiamo figli di una Madre generosa, Pacha Mama in lingua quechua, Terra tradita e calpestata la quale, nonostante violenza e avidità inaudite, desidera ancora abbracciarci e proteggerci, educarci. Eterna e regina, piegata sulle sue ginocchia a guardarci dritto negli occhi.

Con l’autunno, ad esempio, c’insegna quanto tutto possa decadere in fretta. Un giorno viviamo “il miglior tempo della vita”, quello dopo scopriamo quanto poco controllo abbiamo, su quella vita.

Tuttavia, dopo questa full immersion poco domenicale ma necessaria sulla situazione di casa nostra, come mia abitudine desidero lasciarvi in buona compagnia; è il momento della poesia di un caro amico e scrittore, Nicola Iacobucci, ispirata alla profezia indiana Hopi. Vi consiglio caldamente di approfondirla, con calma e giusta serenità, sino al totale assorbimento. E se vi starete ancora chiedendo dove sia il lato positivo promesso, ricominciate daccapo, finché non sarà palese la sua morale: la vita si trasforma ma non muore MAI. Anche stavolta, rinascerà, che ne prenderemo le parti o le distanze.

Tornando al nostro ospite, “incontrato” e apprezzato nuovamente grazie al social Instagram (lo trovate con il nickname nicwolfpoetry), ricordiamo in breve il suo recentissimo esordio letterario con la silloge L’altro lato della luna (Porto Seguro Editore).


COME UNA TERRA CON LE DOGLIE


Come una donna con le doglie, folate di

tornadi tra le foglie,

donna con le doglie, tuoni e fulmini, dolori

intensi

fulminei, corpi rossi, anime bianche

nascoste nei fossi.

Come una donna con le doglie Madre Terra,

amaramente si scorderà della sua eterna

generosità

Sta arrivando il tempo delle difficoltà

e figli del cielo con le pupille bianche giungeranno

a sostegno dei pesci e degli uccelli rapaci.

Capaci, ancora una volta

di portare rancore e discordia ma il culto della colomba

alla fine dei giochi

prevarrà.

Come una donna con le doglie Madre mia,

partorisci la vendetta

come un mimo che si barcamena, tra gesti inconsulti

sussulti di pura

verità

mentre scala la montagna e ti osserva

implodere

dalla più alta vetta.

Madre Terra, Madre mia, attendo la tua reazione finale

Quando arriveranno uomini alati dal mare,

da navi dorate con zampe d’aquila

e il bisonte bianco

romperà l’ultimo spettro temporale

che trascende dal bene al male


Questo verso in particolare:

“… e ti osserva / implodere / dalla vetta più alta”

Non è forse vero che ogni più sincero cambiamento parte da dentro?

Pensateci su.

Alla prossima

Johanna Poetessa

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