I racconti del vento | 10 ottobre 2021, 08:04

Il profumo dei Canestrelli

Un dolce umile e semplice sospeso sul filo dei ricordi

I canestrelli

I canestrelli

Che vento si è alzato, oggi. Questa mattina una nebbiolina piovigginosa avvolgeva le montagne, si appoggiava molle sui boschi che stanno cambiando colore. Nel giro di poche ore, lo squarcio di azzurro sopra al Moncenisio si è aperto, dilagando oltre il Rocciamelone, oltre il Collombardo, e ora il cielo di un blu impossibile è solcato da nuvole bianche come galeoni splendenti.

Non sembra più nemmeno autunno, non sembra che ci sia bisogno di accendere la stufa, ma i ciocchi di “verna”(ontano), devono scaldare la piastra per un rito che è nel cuore di ogni Vaiese.

Ieri sera io e mia madre abbiamo preso la ricetta, scritta a mano tanti anni fa da mia nonna: un foglietto a quadretti, con qualche macchia di unto, la grafia corsiva, come ora non si usa più.

Un chilo di farina, sei etti di zucchero, due bustine di lievito – fai la fontana, bene… Le uova? Eccole qui nella scodella, comincia a impastare un po’… Il burro è qui, mezzo chilo, già ben morbido… Impasta, raccogli, impasta, ancora un po’ d’olio d’oliva…

Mio padre grattugia la scorza dei limoni, quattro… sì, ma erano piccoli, meglio cinque… Impasta, raccogli, che profumo! La massa di impasto ha bisogno di almeno una notte di riposo nella fredda oscurità del frigorifero, anche se si vorrebbe cuocerla subito, trasformarla in oro brunito.

Oggi sì, si può, è ora di cuocere .

Scendo al piano di sotto, a prendere il “ferro” nero, avvolto in carta di giornale , intanto stanno rientrando i miei ragazzi dalla loro passeggiata nei boschi

-Fate i canestrelli?

-Cuociamo ora, ci date una mano?

Odorano di vento e di foglie, i miei figli, odorano di vita corsa giù per il sentiero a rotta di collo.

Mia figlia e mia madre staccano pezzetti di impasto e ne fanno palline regolari (Grosse come? Come un'albicocca, più o meno…), le dispongono sulla spianatoia come soldatini.

Il ferro è caldissimo, lo apro, ci appoggio cinque, sei palline, lo chiudo. Sfrigola, profumo di burro e limone. Giro. Ancora un po' di pazienza…

Sul tavolo abbiamo sistemato uno strato di sacchetti vuoti del pane, la carta marrone serve ad assorbire l'unto.

Apro. Mio figlio, svelto, stacca i canestrelli uno alla volta con una forchetta, facendoli saltellare sul palmo li lancia sulla carta, butto sul ferro altre palline di pasta, chiudo: sfrigola, profumo ancora più intenso. Giro, intanto qualcuno assaggia. Buoni ancora caldi, quando sono ancora morbidi. Sì, va be’, ma vuoi mettere quando iniziano a raffreddare, e diventano croccanti?!

Nelle cantine , nei solai, quanti “ferri” ci sono ancora, avvolti nella carta di giornale… come piccoli cuori addormentati nel cuore di quel piccolo cuore d'acqua e di ombra che è il nostro paese.

-Perché anche una volta, un po’ di farina e qualche uovo, ce l’avevano quasi tutti. Anche il burro, sì, le donne tenevano la panna dopo le mungiture, e quando ne avevano abbastanza, facevano il burro.

-E lo zucchero, lo comperavano sfuso, a etti, e lo portavano a casa nel cartoccio di carta blu…

-E già, 'l papè 'd sucher…

Bastava poco per fare una magia, con un bel fuoco nella stufa a scaldare il cuore di ferro nero, e colorare la festa con quell'oro brunito dal profumo indimenticabile…

Grazia Dosio

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Grazia Dosio

Ciao, sono Grazia, e le mie passioni sono camminare e raccontare.
Sono cresciuta a Vaie, in Valsusa, dove l’acqua è cristallina e sa di cielo, e perfino l’ombra, attraverso le fronde dei castagni, ha mille colori.
Quando ero piccola, i miei genitori e i miei nonni mi hanno insegnato a guardare e ad ascoltare, a godermi lo stupore della neve che si scioglie per lasciar comparire le primule, le fragole del bosco, le salamandre timide, i funghi e l’estate, le foglie che s’indorano, la brina leggera, la neve che torna...
Non lo sapevo, ma i racconti ascoltati germogliavano per essere raccontati ancora, e la laurea in Biologia mi ha regalato nuove chiavi per decifrare tutto quello che si muove intorno ai miei passi: le erbe, i boschi, gli animali…e le leggende.
La montagna, così vicina, è uno scrigno di storie, di case che avevano nomi, di sentieri che erano strade di umanità e di conoscenza: un passo dopo l’altro è sempre più forte la curiosità di sapere cosa sentivano, cosa cercavano, cosa fuggivano e in cosa credevano coloro che avevano costruito quelle mulattiere consumate.
Un passo dopo l’altro, mi sono accorta che voglio raccontare.
Ora ho 53 anni e un’abilitazione da guida naturalistica; vivo coi miei figli che cercano le loro strade, le loro cime da conquistare e i loro frutti da attendere e assaporare. Le nostre scoperte si intrecciano, la nostra casa ogni giorno è punto fermo e bivacco, ogni giorno è la nostra ricchezza.

I racconti del vento
La voce del vento, per noi valsusini, è la più familiare, suona in modo diverso attraverso il bosco o tra le vie strette del paese, si gonfia frusciando tra le foglie o cigola coi tronchi spogliati dall’autunno.
Fuori dalle strade trafficate, bastano pochi passi per scoprire le meraviglie infinitamente vicine, quelle che non avevamo mai guardato davvero, le storie che non conoscevamo, o che non ricordavamo più.
Bastano pochi passi per lasciarci alle spalle la noia e riscoprire quel qualcosa che da bambini ci faceva partire incuranti dei rovi e del fango, perché l’avventura era nei boschi dietro casa e nelle stelle cadenti, e la libertà era nella voce del vento...

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