Valle di Susa | 01 gennaio 2022, 07:35

L'anima delle cose: il lavoro di ascoltare le case vuote

Un racconto di famiglia dalla Valle di Susa

L'anima delle cose: il lavoro di ascoltare le case vuote

E’ proprio oggi che bisogna fare quel lavoro. Fa un freddo tagliente, anche qui in fondo al cortile, la Cort ‘d Prouvino (Provino era il mio bisnonno ma, per traslato, in paese anche mio padre viene talvolta indicato con questo nome).

La casa lunga, con le cucine al pianterreno, le stanze da letto affacciate sul ballatoio, e i solai per custodire il granturco, apparteneva per metà a mio nonno e per l'altra metà a suo fratello, negli anni in cui io ero piccola e tutto sembrava nuovo, antico e immutabile al tempo stesso. Poi, quei giorni profumati di glicine e di mele, di fieno e di fumo dei "putagè", sono passati, portati dal vento, lavati dalla pioggia o sciolti insieme alla neve.

I miei nonni ora riposano nel piccolo cimitero all'ombra dei castagni, e la loro metà della vecchia casa ora è abitata da una famigliola che ha riportato vita, risate, sogni, e i passi leggeri di un bambino.

Sul lato opposto del cortile, un fabbricato rustico ospitava la stalla ed il fienile, e ha finito poi per contenere tutti quegli oggetti che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di gettar via: ora, però, dobbiamo vuotarlo, per far posto a una tavernetta, bene, ci sarà festa… quasi come quando si preparava la “conserva” coi pomodori dell'orto, come quando si mettevano i tavoli nel cortile, all’ombra della vite americana, e si mangiava polenta e salsiccia con la peperonata, tutti insieme!

Entro in punta di piedi, l’odore umido del pavimento in terra battuta mi riporta indietro, nella penombra si distinguono le conigliere, e in fondo la mangiatoia, di un tempo in cui c’erano state vacche e capre… veramente ricordo ancora un paio di vitelloni da ingrasso, che la sera ruminavano pigri sdraiati sulla loro lettiera di foglie secche . Mio nonno metteva una coperta sulla groppa del più mansueto, e mi permetteva di salirci, improvvisando fantasticherie di rodeo.

Appesi al muro ci sono ancora due campanacci, il loro suono racconta di prati, di passi lenti attraverso il cortile, e poi sparisce. Altri chiodi nel muro, reggono due “basin-e” di rame, lì ci si versava il latte appena munto alla sera, e dopo una notte al fresco della cantina, il mattino portava in dono uno strato soffice di panna, leggera come la nebbia appena appoggiata sui campi.

In un angolo, il "fornél", che non assomigliava alla nostra concezione romantica di "caminetto" o "focolare", ma era piuttosto un fuoco di servizio, serviva per cuocere le patate di scarto per i conigli, per bollire le "burnie", i vasi ermetici di vetro in cui si sciroppavano ciliegie, pesche, prugne o pere da gustare poi nell’inverno.

Sembra quasi di veder entrare mia nonna, con le guance rosse e imbacuccata nei suoi tanti maglioni, a dare il pastone di crusca alle "pole", le gallinotte giovani che ancora non facevano l’uovo, e passare poi nel pollaio vero e proprio a raccogliere le uova delle pennute professioniste.

Ci sono ancora le terrine sbeccate che accoglievano quei tesori tiepidi, gusci più chiari o più scuri, semi di nutrimento per tutti.

Appena fuori, sotto la tettoia, c’è la "lésa", la slitta di legno su cui si trasportava giù dalla montagna tutto quanto essa accettava di dare, in cambio di lavoro e attenzione : la legna tagliata nelle "boschine", i boschi cedui in quota, oppure le foglie secche… Ora più nessuno sale a raccogliere le foglie, le stalle sono pulite e arrivano lucenti rotoballe di paglia su rimorchi stracarichi… Ma i boschi sono costellati di muretti a secco, proprio per trattenere le foglie: se ne faceva un bel mucchio su un grosso telo munito di occhielli agli angoli, poi si faceva su come un fagotto, e gli occhielli venivano fatti passare in una specie di navetta di legno, per chiuderlo ben stretto. Si caricava sulla slitta, e giù, per la mulattiera ripida ! Detto così sembra divertente, ma in realtà non credo lo fosse: il lavoro era duro, e non sempre ripagava con grandi soddisfazioni, era però un tenersi in equilibrio con la terra, con il bosco, con l’acqua.

Dietro alla lésa, una scala a pioli, l’ultima costruita da mio nonno, che l’aveva già progettata mille volte, nella sua testa, quando non riusciva a dormire. Sceglieva una pianta, lungo il sentiero, perchè dentro ci vedeva già la scala, dritta, fatta e finita, per salire sul fienile o sul solaio, per sparire tra le fronde della “cirisera” a raccogliere mazzi di frutti rossi lucenti ridenti e succosi.

Vuoteremo la stalla senza parlare, prendendo con cura gli oggetti, e lasciando parlare loro. Li porteremo a casa, inventando per loro un'altra vita, e non saranno sprecati, se sapremo ascoltare l’anima delle cose.

Grazia Dosio

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Grazia Dosio

Ciao, sono Grazia, e le mie passioni sono camminare e raccontare.
Sono cresciuta a Vaie, in Valsusa, dove l’acqua è cristallina e sa di cielo, e perfino l’ombra, attraverso le fronde dei castagni, ha mille colori.
Quando ero piccola, i miei genitori e i miei nonni mi hanno insegnato a guardare e ad ascoltare, a godermi lo stupore della neve che si scioglie per lasciar comparire le primule, le fragole del bosco, le salamandre timide, i funghi e l’estate, le foglie che s’indorano, la brina leggera, la neve che torna...
Non lo sapevo, ma i racconti ascoltati germogliavano per essere raccontati ancora, e la laurea in Biologia mi ha regalato nuove chiavi per decifrare tutto quello che si muove intorno ai miei passi: le erbe, i boschi, gli animali…e le leggende.
La montagna, così vicina, è uno scrigno di storie, di case che avevano nomi, di sentieri che erano strade di umanità e di conoscenza: un passo dopo l’altro è sempre più forte la curiosità di sapere cosa sentivano, cosa cercavano, cosa fuggivano e in cosa credevano coloro che avevano costruito quelle mulattiere consumate.
Un passo dopo l’altro, mi sono accorta che voglio raccontare.
Ora ho 53 anni e un’abilitazione da guida naturalistica; vivo coi miei figli che cercano le loro strade, le loro cime da conquistare e i loro frutti da attendere e assaporare. Le nostre scoperte si intrecciano, la nostra casa ogni giorno è punto fermo e bivacco, ogni giorno è la nostra ricchezza.

I racconti del vento
La voce del vento, per noi valsusini, è la più familiare, suona in modo diverso attraverso il bosco o tra le vie strette del paese, si gonfia frusciando tra le foglie o cigola coi tronchi spogliati dall’autunno.
Fuori dalle strade trafficate, bastano pochi passi per scoprire le meraviglie infinitamente vicine, quelle che non avevamo mai guardato davvero, le storie che non conoscevamo, o che non ricordavamo più.
Bastano pochi passi per lasciarci alle spalle la noia e riscoprire quel qualcosa che da bambini ci faceva partire incuranti dei rovi e del fango, perché l’avventura era nei boschi dietro casa e nelle stelle cadenti, e la libertà era nella voce del vento...

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