Economia e lavoro | 21 gennaio 2022, 11:52

Le ultime ore di Embraco: la vertenza-simbolo da cui non si salva (quasi) nessuno

Con il 22 gennaio scade la cassa integrazione per i quasi 400 operai dell'ex stabilimento di Riva di Chieri che dopo quattro anni di lotte e promesse non mantenute non hanno altra prospettiva che la Naspi

manifestazione di operai con striscione

Una delle ultime manifestazioni dei lavoratori Embraco, in attesa della visita del Capo dello Stato Sergio Mattarella

Le ultime ore di Embraco sono quelle più tristi, forse più dolorose. Di certo, le meno sorprendenti, perché anche ai più ottimisti era ormai chiaro che sarebbe andata a finire così. Il 22 gennaio 2022 sancisce formalmente la fine dell'ultimo prolungamento della cassa integrazione: dal giorno dopo, l'unica prospettiva concreta per i quasi 400 lavoratori che erano in servizio a Riva di Chieri (scesi poi a 377) è quella della Naspi.

Ma sarebbe un errore sovrapporre quella di Embraco alle (purtroppo) tante vertenze finite male sul territorio torinese. Quella che si va a scrivere è infatti la parola fine su una sorta di "romanzo popolare", in cui l'epilogo negativo arriva dopo quattro anni di lotte, manifestazioni, appelli, ma anche impegni e promesse di chi - dopo una o più passerelle davanti ai cancelli dello stabilimento o alle manifestazioni - si è poi eclissato, senza mantenerle. Una vicenda con pochi (pochissimi) eroi e molti sconfitti. 

Il prologo: l'inizio degli anni Duemila e la tangenziale bloccata

Il nome Embraco comincia a rimbalzare sulle pagine delle cronache all'inizio degli anni Duemila. Sono le prime avvisaglie di crisi per la fabbrica che produce compressori per frigoriferi. Gli effetti più evidenti, all'epoca, sono le manifestazioni dei lavoratori che bloccano il traffico sulla tangenziale di Torino. Mesi di trattative, una riduzione consistente di personale. Ma alla fine la storia prosegue, le macchine continuano a girare. Visto a posteriori, però, è lo scricchiolio che precede la frattura.

Il passato prossimo: Whirlpool abbandona Riva di Chieri

I tempi più recenti (non senza difficoltà intermedie) arrivano con la decisione della Whirlpool - multinazionale con cuore e quartier generale ben distante dal Piemonte - di disimpegnarsi in maniera irrevocabile dallo stabilimento di Riva di Chieri
È l'inizio della fine. Non è chiaro a molti, forse a nessuno. Ma è l'inizio di manifestazioni, appelli, picchetti di protesta, tavoli (a volte realizzati, a volte disertati).

Il "pellegrinaggio" dei lavoratori: da Bruxelles a Papa Francesco (passando per Sanremo)

Le prime risposte non sono confortanti. I licenziamenti vanno avanti e comincia il pellegrinaggio dei lavoratori: vanno a Bruxelles, ma pure al Festival di Sanremo. E addirittura da Papa Francesco. In prima fila, i sindacati metalmeccanici torinesi: Fiom, Uilm, Fim e Uglm. È loro la regia di tutte le manifestazioni, dei presidi, delle iniziative per tenere alta l'attenzione sulla vicenda.

Da tutti gli interlocutori - sotto i riflettori - ottengono conforto e impegno. All'epoca il ministro dello Sviluppo Economico è Carlo Calenda, che si spende in prima persona. 

Arriva Ventures: la festa (illusoria) dentro la fabbrica

La svolta sembra arrivare nell'estate del 2018: la Whirlpool ha cercato qualcuno che la sostituisse, lasciando anche un robusto fondo economico. All'orizzonte arriva la Ventures. È il momento dei grandi progetti - anche un po' naif - come i robottini che puliscono i pannelli solari o le biciclette elettriche. Ma è la speranza che sindacati e lavoratori aspettavano.
Nello stabilimento di Riva di Chieri si fa addirittura una festa, mentre in passato lo stesso Calenda, alla presenza anche di Domenico Arcuri (all'epoca ad di Invitalia) si era impegnato dicendo che, se le cose fossero andate male, i lavoratori sarebbero passati alle dipendenze di Invitalia. E che lo stesso Arcuri sarebbe diventato il loro riferimento. 
Le cose non andranno esattamente così. E Arcuri tornerà agli onori delle cronache nel ruolo di responsabile della campagna vaccinale, fino a quando non sarà sostituito dal generale Figliuolo e dal governo Draghi.

Ventures scricchiola, non parte, infine crolla

Il sogno legato a Ventures, però, presto mostra le sue crepe. Con il passare delle settimane e dei mesi l'entusiasmo abbandona i lavoratori alla realtà dei fatti: a turno, vengono convocati in azienda per svolgere lavori di pulizia e piccola manutenzione, ma nei fatti non si comincia mai a lavorare "davvero".

È un piano inclinato che non riesce ad arrestare la caduta: nulla si muove, arrivano i primi sospetti, gli esposti in procura, fino al blitz della Guardia di Finanza. Ventures si rivela un bluff e un tribunale ne decreta il fallimento.
Se Embraco fosse un gioco dell'oca, i lavoratori si sarebbero ritrovati alla casella di partenza. Un'attesa intervallata da estenuanti trattative e attese per ammortizzatori sociali che spesso arrivano in zona Cesarini.

Di Maio e poi Patuanelli: si profila il progetto Italcomp

Con il cambio di Governo e l'arrivo della maggioranza prima gialloverde e poi giallorossa la patata bollente di Embraco passa nelle mani prima di Luigi di Maio e poi di Stefano Patuanelli. Come da copione, non mancano gli impegni e le promesse. Ma a un certo punto la pietra tombale su Ventures sembra assumere le sembianze di un nuovo, suggestivo piano: Italcomp. Il progetto prevede una sorta di partnership pubblico-privata che abbini le sorti di Riva di Chieri a quelle della Acc di Mel, in provincia di Belluno. L'obiettivo: creare il polo italiano dei compressori per frigoriferi. 

Qui non si fa festa, ma il simbolo è un video, affidato a Facebook, in cui il ministro Patuanelli e la sottosegretaria Alessandra Todde celebrano il successo politico e occupazionale. Sarà il secondo passaggio di una beffa infinita.
Italcomp promette bene, ma non parte mai. Anzi. L'Europa si mette di traverso (per la partecipazione pubblica), ma anche l'impulso del governo perde forza. E la Acc di Mel sembra seguire una sua strada, in autonomia.

Governo Draghi: Italcomp finisce nel cassetto

Con le dimissioni del Governo Conte Italcomp tramonta definitivamente. A Palazzo Chigi arriva Mario Draghi, al Mise arriva Giancarlo Giorgetti. Ma l'illusione che un ministro "del Nord" possa prendere ancora più a cuore la vicenda di due aziende del Nord è breve. 
L'esponente leghista, infatti, dei quattro ministri che attraversano la tempesta Embraco, è quello che si espone di meno. Non fa promesse (e questo potrebbe quasi sembrare un pregio), ma nemmeno è prodigo di incontri o confronti di aggiornamento. Di Embraco non parla quasi mai, lascia che a farlo sia la stessa Todde, che nel frattempo è diventata viceministro. Ma molto spesso sono i dirigenti del Mise a partecipare ai rari vertici in streaming. Senza dare mai speranze o notizie positive. È l'inizio del conto alla rovescia. I lavoratori Embraco manifestano anche al Giro d'Italia, che parte da Torino.

Dalla curatela all'ultima cassa

Il capitolo che precede la conclusione della vicenda Embraco riguarda l'ultima concessione di cassa integrazione. Una vera corsa contro il tempo, alla presenza di un progetto Italcomp sempre più defilato e una curatela fallimentare che - attenta ai paletti posti dalla legge - pretende chiarezza interpretativa e legale da parte del Mise. Alla fine la nuova cassa arriva: la data ultima è proprio quella del 22 gennaio 2022. Nel frattempo, è l'impegno comune, un Piano B si troverà. 
È in queste settimane che vengono appese sotto la Regione le lettere di licenziamento, mentre in piazza Castello viene allestita la "Tenda lavoro Torino", che prevede la presenza costante di un presidio di operai ex Embraco.
Il Mise continua a tacere: ufficialmente si cerca il fantomatico partner privato che possa rilanciare Embraco. Di fatto, non succede nulla.

Il ruolo di Nosiglia, in prima fila con i lavoratori

Tra politici, presidenti, sindaci e altri esponenti istituzionali, l'unica figura che davvero sembra far qualcosa per gli operai ex Embraco è quella di Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino (ormai in scadenza di mandato) che nei mesi non ha mai fatto mancare il suo sostegno. Spirituale, certo, con tanto di Messe di Natale celebrate insieme ai lavoratori, ma anche materiale. Dai pacchi alimentari per sostentare le 400 famiglie travolte dai licenziamenti al finanziamento delle spese per le manifestazioni a Roma, pagando il costo dei bus. Sua anche una delle ultime proposte, quando la fine della cassa integrazione sembra ormai inevitabile: che siano le aziende che si ispirano al cristianesimo ad assumere i lavoratori. Finiti al centro anche della campagna elettorale per il sindaco di Torino, alcuni lavoratori vengono assunti da Paolo Damilano, che si era impegnato durante un incontro in piazza, alla presenza anche del sindaco Stefano Lo Russo. All'epoca si disse che, grazie alla rete di contatti, tutti gli operai avrebbero trovato un nuovo posto di lavoro entro giugno 2022.

La fine della cassa nel silenzio generale

L'ultimo, malinconico capitolo, è quello che si sta scrivendo in queste ore. La cassa integrazione è arrivata alla fine e il problema, oltre a quello di trovare un nuovo lavoro, è di trovare i soldi per arrivare ad agganciarsi alla Naspi. Nel frattempo da Whirlpool si tiene viva la proposta di destinare quel che resta del fondo di reindustrializzazione (il famoso fondo Escrow) per pagare le ultime spese e pendenze, ma anche per destinare 7000 euro lordi a ciascun lavoratore disposto a firmare un accordo tombale con l'azienda. I colloqui dovrebbero tenersi in questi giorni, ma non sembra diffusa la volontà di firmare.

L'ultima doccia fredda è arrivata dall'ultimo incontro (in remoto) con il Mise. Di reindustrializzazione non si parla più, solo di formazione e ricollocamento (sulle spalle della Regione, che ha preparato un progetto). Ma di specifico, per le 400 persone che da quattro anni vivono il dramma lavorativo Embraco, non c'è nulla. Solo la disperazione e la delusione di quattro anni di fatica, di quattro governi e altrettanti ministri. Di promesse mai mantenute.

Una vicenda da cui nessuno esce vincitore.

Massimiliano Sciullo

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