“Strike - Figli di un’era sbagliata” è l’opera prima scritta a sei mani dai registi Gabriele Berti, Giovanni Nasta, Diego Tricarico.
Nato come uno spettacolo teatrale, Strike è presentato fuori concorso al 43° Torino Film Festival: “Il titolo gioca sul fatto che volevamo dire di aver fatto strike. Poi ognuno è libero di trovarsi un significato” spiegano i registi e attori all'interno dello stesso film.
Ambientato in un Ser. D. romano durante una torrida estate, racconta la storia di personaggi con dipendenze diverse, ma accomunati dalla forza ognuno a modo suo di resistere.
“Siamo stati in diversi Serd, la cosa che ci aveva scosso, è che c’era un ragazzo non rassicurante, ci guardava, poi con la voce più buona del mondo ci ha chiesto se c’eravamo noi in fila, non volevamo giudicare, avere pregiudizi, ma ci siamo resi conto in quel momento che l’avevamo fatto in pieno. È una silenziosa strage di cui nessuno parla, ma penso che ognuno in sala abbiamo conoscenza di queste storie” spiegano i tre ragazzi.
“Il nostro messaggio era dire che questa generazione ci appare meno informata della precedente nonostante tutti i mezzi di comunicazione che ci sono- aggiungono -. Oggi sembra tutto un’enorme competizione, è raro trovare delle persone che ti dicono che devi sbagliare. È un’era in cui se sbagli o ti mostri fragile è finita”.
Tra i protagonisti, anche Massimo Ceccherini, Lorenzo Zurzolo, Pilar Fogliati e Matilde Gioli, nei panni di una piuttosto disincantata psicologa. “Mi sono innamorata di loro tre quando abbiamo fatto il primo incontro in un bar a Roma. Ci siamo riconosciuti come persone che hanno mantenuto il loro bambino interiore e la capacità di stupirsi ancora per delle cose semplici, di essere felici anche con poco. Hanno una fama di raccontare del cose con un loro linguaggio che si appoggia dei riferimenti al passato ma è anche rivoluzionario" spiega l'attrice.
“Anche io mi sento spesso mi sento sbagliata, ho l’impressione che questa società chieda delle performance sotto ogni punto di vista - aggiunge -. Mi sento nell’era sbagliata e non mi sento a mio agio, ma da un punto di vista umano. Ho molto bisogno del rapporto con l’altro, dello scambio, del confronto e anche dello scontro. Il fatto che ognuno si barrica nel proprio egoismo, è un territorio complesso. Io che non vedo l’ora di diventare mamma, mi chiedo se avrò un figlio, mi chiedo come saremmo messi quando avrà 15 anni? Sono veramente in difficoltà. Progetti come questo mettono in comunicazione tante generazioni e parlano di un’umanità che c’è, ma che bisogna ascoltare”.















