Un Occhio sul Mondo - 02 gennaio 2026, 09:00

“Israele punta al Golfo di Aden”

Il punto di vista di Marcello Bellacicco

Israele riconosce ufficialmente lo Stato del Somaliland ed il Consiglio di Sicurezza indice immediatamente una seduta d'emergenza, non solo per la scontata richiesta urgente della Somalia, che si considera parte lesa, ma anche per le plausibili e vibranti condanne di Turchia, Arabia Saudita e Qatar che, formalmente, si spendono per tutelare l'integrità territoriale di Mogadiscio e la sua Sovranità, ma che, in realtà, nutrono ben altre preoccupazioni.

Il Somaliland è un territorio a nord della Somalia, un po' più grande dell'Italia settentrionale, un tempo denominato Somalia britannica, che si affaccia sul Golfo di Aden nel Mar Rosso, proprio di fronte allo Yemen. Nel 1991, mentre il resto della Somalia annegava nel disastro della guerra civile, dichiarava unilateralmente la propria indipendenza, arrivando a conseguire un buon livello di autonomia, con propri governo, moneta, polizia ed esercito e, soprattutto, conseguendo un buon livello di stabilità politica.

Tuttavia, nonostante queste accettabili credenziali per un'affermazione internazionale, sinora il Somaliland non aveva goduto del riconoscimento né dell'ONU né di alcun singolo Paese, a parte Taiwan (anch'essa non universalmente riconosciuta), per ovvi interessi di comunanza. Questo, nonostante gli sforzi promozionali della confinante Etiopia, molto interessata a contrattare con Hargheisa e non con Mogadiscio la possibilità di disporre di un vitale sbocco sul mare, soprattutto se posto all'imbocco dello Stretto di Bab el Mandeb, a ridosso dal canale di Suez, via commerciale tra le più trafficate al mondo.

D'altra parte, è assolutamente lecito pensare che anche Israele non abbia compiuto questo passo solo per il filantropico intento di assistere un'Entità statuale non ancora ufficializzata, per di più di religione islamica, anche se sunnita, per aiutarla a superare le difficoltà economiche che la affliggono.

Molto probabilmente ciò che ha convinto Tel Aviv ad abbracciare la causa di Hargheisa lo si può individuare in ben altri aspetti, tra cui quello fondamentale è la posizione incredibilmente strategica del Somaliland che, oltre a costituire una vera e propria porta all'ingresso del Mar Rosso, è sulla sponda di fronte a quella dello Yeme, che, ormai al 50%, è nelle mani degli Houthi, gruppo armato sciita, nemico giurato proprio di Israele.

Al momento, il Ministro degli Esteri Gideon Saar ha motivato l'interesse israeliano facendo riferimento alle difficoltà economiche della regione, ma non ha rinunciato a dichiarare che verranno stabilite “relazioni diplomatiche complete, con la nomina di Ambasciatori e l'apertura delle Ambasciate”, presupponendo anche collaborazioni nei settori della tecnologia e della sicurezza, ambiti talmente ampi e trasversali, che possono variare dalla ricerca universitaria ai carri armati.

E in tema militare, vale la pena considerare che in quest'area strategica sono già molte le Nazioni, compresa l'Italia, che hanno ritenuto di dover posizionare proprie basi operative e dislocarvi delle forze, più o meno permanenti. Al riguardo, si evidenzia che, confinante a nord con il Somaliland, c'é Gibuti, un Paese africano grande come la Lombardia, ma con meno di un decimo della popolazione, ex colonia francese, per il quale il vero business politico-economico è la sua posizione, che non è sfuggita all'interesse di molti.

Infatti, in questo fazzoletto di terra sono rispettivamente dislocati gli USA, con la loro prima base permanente in Africa, la Cina con la sua prima base in assoluto all'estero, la Francia, che ha mantenuto la propria influenza militare nell'area, l'Italia, che ha approntato la sua base “Amedeo Guillet” come punto di appoggio logistico per le varie operazioni navali e non nella Regione e poi, di seguito, il Regno Unito, la Spagna, la Germania e addirittura il Giappone,

In aggiunta, va considerato che, un po' più a nord, ci sono le coste del Sudan, con il quale la Russia ha stipulato un accordo per la costituzione di una base navale.

La motivazione principe di una tale massiccia presenza militare è comune per tutti e abbastanza scontata, la lotta alla pirateria e al terrorismo, ma la realtà dei fatti recita che le Nazioni che vogliono giocare un ruolo da protagonista nel panorama internazionale, o vogliano perlomeno provare a farlo, non possono lasciare “scoperta” un'area del genere.

E in un contesto del genere, è quasi d'obbligo pensare che un Paese come Israele, oggettivamente assillato da problemi di sopravvivenza in una Regione non del tutto amichevole, ma assolutamente convinto di dover e poter influenzarne gli equilibri strategici, esclusivamente a proprio favore, stia seriamente valutando (ammesso e non concesso che non l'abbia già pianificato) di essere presente nel Mar Rosso, anche in termini militari e di intelligence, lanciando così una chiara sfida, non tanto ai “potenti”, quanto ad altri attori regionali che, come detto, non hanno lesinato proteste e condanne a Tel Aviv.

Risulta ovvio che la Somalia sia fortemente contrariata e preoccupata dal riconoscimento israeliano, sia perché può costituire un'autorevole breccia per analoghe iniziative di altre Nazioni, tra cui gli stessi Stati Uniti, che si sono riservati di valutare il passo di Tel Aviv sia perché un supporto tecnico militare e di intelligence israeliano al Somaliland potrebbe migliorarne decisamente le capacità al punto, non solo di imporre definitivamente la propria autonomia, ma anche di diventare preminente nei confronti di Mogadiscio, ancora preda dei suoi seri problemi interni.

Anche la Turchia è fortemente irritata da questa nuova ingombrante presenza nell'area, non solo per i forti attriti che sussistono tra Ankara e Israele, peggiorati con la crisi di Gaza, ma perché da tempo gravita “a tutto campo” in Somalia, che considera uno dei fondamenti della propria presenza in Africa. I Turchi hanno una base militare nell'ambito di una cooperazione di sicurezza, hanno avviato una solida collaborazione di assistenza economica e, non meno importante, godono del benestare di Mogadiscio per le trivellazioni che la Compagnia di stato di Erdogan sta effettuando al largo delle coste somale, dove incidono rilevanti giacimenti di petrolio. Pertanto, appare ovvio che il Ministero degli Esteri turco consideri “destabilizzante” l'atto di Netanyahu, in quanto riguarda uno spazio che la Turchia ritiene negli anni di essersi guadagnata.

E se Ankara potrebbe essere l'attore regionale che maggiormente osteggerà la presenza israeliana nel Somaliland, anche Arabia Saudita e Qatar non hanno nascosto le loro preoccupazioni, sottolineando l'illegalità del riconoscimento di un'entità secessionista, atto che oltre ad attentare all''integrità territoriale della Somalia, mina i delicati equilibri di questa importantissima Regione. Di contro, la visione dell'Etiopia è cautamente attendista, perché mira alla vitale disponibilità di uno sbocco sul mare, che il porto di Berbera le potrebbe garantire. E per ottenere questo, è molto meglio trattare con il Somaliland, che in questi anni ha sponsorizzato, piuttosto che con la Somalia, sua rivale di sempre.

Tuttavia, aldilà di tutte queste peraltro importanti considerazioni, a fattor comune, probabilmente il problema vero è proprio Israele stesso, con il suo pesantissimo fardello di estrema inaffidabilità internazionale, che deriva da aver considerato, nei decenni passati, al pari di carta straccia decine di Risoluzioni dell'ONU, dal perseguire i suoi obiettivi calpestando ogni vincolo di Diritto Internazionale, dal non aver problemi ad impiegare illimitatamente la forza, senza il minimo rispetto di confini e sovranità nazionali e, soprattutto, senza preoccuparsi di causare perdite civili oltre ogni limite di umana comprensione. Purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, Israele è diventato tutto questo e pensare che possa disporre una base operativa avanzata in Somaliland, con la possibilità di avere “a portata di mano” i suoi acerrimi nemici, come gli Houti e l'Iran, non può non creare serie e motivate preoccupazioni perché, pur di perseguire i propri scopi, non avrebbe problemi a far deflagrare un'area già di per se stessa critica, che però costituisce, insieme a Panama, uno dei cordoni ombelicali fondamentali del commercio mondiale.

Un'ultima nota di cronaca è quella che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, riunitosi con procedura d'urgenza lo scorso 28 dicembre, ha “fermamente condannato” il riconoscimento israeliano del Somaliland. Viene da sorridere per compatimento, perché è ormai noto che una condanna di questo tipo ad Israele fa meno effetto dell'acqua fresca.


 

Generale Marcello BELLACICCO

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind

Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1

Marcello Bellacicco