Paolo Berro è un Ingegnere Meccanico e Logistico. Dall'età di ventun anni è costretto sulla carrozzina per una grave tetraplegia, a seguito di un incidente stradale. Dal 2022 è Chief Accessibility Officer, responsabile dell'accessibilità, presso AccessiWay, azienda torinese impegnata nella promozione dell'accessibilità digitale.
2 maggio 1998: cosa ricorda di quel giorno e come è cambiata la tua vita?
Quel giorno ha diviso la mia vita in due tempi, come una linea tracciata d’improvviso. C’è stato un “prima” fatto di certezze e un “dopo” pieno di domande. Ma proprio da quel “dopo” è nata una forza che non pensavo di avere. Ho imparato che non puoi scegliere ciò che ti accade, ma puoi scegliere come reagire. L’incidente mi ha tolto molto, ma mi ha anche dato un nuovo sguardo: quello di chi sa che ogni limite può diventare un campo di scoperta. Ho scelto di trasformare la difficoltà in opportunità, e di usare la tecnologia come strumento di libertà — non solo per me, ma per chiunque abbia bisogno di un ponte per superare una barriera.
Oggi credo che la vita non vada misurata per ciò che si perde, ma per ciò che si riesce ancora a costruire. E da ogni cosa, che ho dovuto ricominciare, ho tratto un motivo in più per crederci.
Dopo l’incidente, ha mai pensato di non farcela o ha reagito subito in modo combattivo?
Ci sono stati momenti bui, certo. Nessuno è invincibile di fronte a un cambiamento così radicale. Ma non ho mai voluto fermarmi al “perché proprio a me?”. Ho spostato il pensiero su “bene, e adesso cosa posso fare?”.
Credo che il coraggio non significhi non avere paura, ma scegliere di affrontarla ogni giorno. Io ho scelto di reagire con la curiosità dell’ingegnere e con la tenacia di chi non vuole lasciare che la vita decida al posto suo. Ho cercato soluzioni, strumenti, idee. E ogni piccolo passo è diventato una conquista.
Non è stato facile, ma da ogni ostacolo è nata una nuova possibilità. Oggi penso che la fragilità non sia una debolezza: è un’occasione per scoprire la parte più autentica di noi, quella che non si arrende mai.
Che cosa si intende per accessibilità digitale e come opera AccessiWay?
L’accessibilità digitale è la possibilità, per ogni persona, di vivere pienamente il mondo online, indipendentemente da una disabilità o da una condizione particolare. È la libertà di leggere, capire, interagire e sentirsi parte del tutto.
In AccessiWay lavoriamo per rendere questa libertà reale. Analizziamo i siti web, formiamo le aziende, accompagniamo le pubbliche amministrazioni, ma soprattutto diffondiamo una cultura: quella dell’inclusione come valore. Lavoriamo con tecnici, designer e persone con disabilità, perché solo così si costruisce qualcosa di veramente accessibile.
Ogni volta che un sito o un’app diventano usabili da tutti, non è solo un successo tecnico: è un piccolo atto di giustizia digitale. E quando vedi una persona riuscire finalmente a fare da sola ciò che prima era impossibile, capisci che stai lavorando nel posto giusto. È in quei momenti che la tecnologia smette di essere fredda e diventa umana."
Qual è stato il suo contributo alla Legge Stanca e come si è evoluta nell’European Accessibility Act?
Nel 2004 ho fatto parte del tavolo tecnico interministeriale che ha scritto le regole attuative della Legge Stanca. Allora l’Italia fu pioniera: parlava di accessibilità digitale quando il mondo ne discuteva appena. Ho portato la mia esperienza di vita e di lavoro, unendo competenze tecniche e sensibilità personale.
Oggi l’European Accessibility Act è la naturale evoluzione di quella visione: estende l’obbligo a tutti i servizi digitali, pubblici e privati, e impone un approccio inclusivo fin dalla progettazione. È un passo verso un’Europa più equa e consapevole.
Il messaggio che mi piace dare è questo: le leggi servono, ma non bastano. Serve la volontà di cambiare la prospettiva, di guardare le persone prima dei prodotti. Solo allora la tecnologia diventa strumento di dignità e di speranza."
Come vede oggi la situazione dell’Italia in termini di accessibilità digitale?
L’Italia sta migliorando, ma il cammino è ancora lungo. Abbiamo eccellenze straordinarie e, allo stesso tempo, troppi ritardi. La verità è che l’accessibilità non è solo una questione tecnica, è una questione culturale. Finché non capiremo che progettare per tutti significa progettare meglio, resteremo indietro. Ma sono ottimista: vedo crescere la sensibilità, soprattutto tra i giovani e nelle università. Sempre più aziende comprendono che l’inclusione non è un costo, ma un valore. Io credo che il futuro dell’Italia possa essere luminoso se sceglie di essere inclusivo. Perché un Paese accessibile è un Paese che non lascia indietro nessuno. E non c’è segno più grande di civiltà che questo.
In caso di inadempienza della P.A. che messaggio vorrebbe mandare alle istituzioni?
L’accessibilità non è una gentile concessione, è un dovere morale e un atto di rispetto verso i cittadini. Ogni modulo inaccessibile, ogni sito che esclude, è una porta chiusa in faccia a chi ha già abbastanza porte difficili da aprire.
Alle istituzioni dico: non aspettate le sanzioni, anticipate il cambiamento. L’accessibilità è un modo per dire “ti vedo, ti rispetto, ti includo”.
E dico anche una cosa ai cittadini: pretendete l’accessibilità, perché è un vostro diritto. È così che si costruisce una società più giusta: quando tutti, anche chi è in difficoltà, possono dire “ci sono anch’io”. E questo, per me, è il messaggio più forte di speranza.
Ci racconta qualcosa della tua Smart Home?
La mia casa è un laboratorio di autonomia, tecnologia e umanità. Ho voluto dimostrare che l’innovazione può essere accessibile e bella allo stesso tempo. Ogni elemento — dalle porte ai comandi vocali, dalla climatizzazione alla sicurezza — è pensato per rendere la vita più semplice, non solo per chi ha una disabilità, ma per tutti. È un progetto nato dall’idea che la tecnologia debba adattarsi alla persona, non il contrario. E anche se è piena di dispositivi intelligenti, la vera intelligenza è quella dell’empatia: costruire ambienti che rispondono ai bisogni reali. Ogni volta che entro in casa e tutto funziona in armonia, sento che la disabilità non è più un muro, ma solo una condizione da gestire. È la dimostrazione concreta che la speranza, se unita alla progettazione, diventa realtà.
Quali sono i suoi prossimi obiettivi?
Continuare a portare avanti una rivoluzione silenziosa ma concreta: quella dell’accessibilità come valore universale.
Come VP of Accessibility di AccessiWay, sto lavorando per diffondere una cultura che metta l’inclusione al centro dell’innovazione, non ai margini. Voglio che ogni azienda, ogni amministrazione, ogni startup capisca che rendere un prodotto accessibile significa renderlo migliore per tutti.
A livello personale, voglio continuare a scrivere, raccontare e formare. Credo nella forza della parola e della testimonianza: se anche una sola persona trova coraggio leggendo una mia storia o ascoltando un mio intervento, allora ha già avuto senso.
Il mio obiettivo più grande è che, un giorno, non si debba più parlare di accessibilità come “tema speciale”, ma semplicemente di normalità. E quel giorno, ne sono certo, arriverà.