La serie Cuori è appena uscita per la sua terza stagione e i costumi portano la firma della torinese Carola Fenocchio.
Classe 1973, dopo gli studi di architettura ad Asti si è laureata in scenografia all’Accademia di Belle Arti.
“Non avevo bene idea di cosa avrei fatto, ma all’inizio volevo fare la scenografa. Una volta finita l’Accademia, ho iniziato a lavorare nell'ambito dei costumi in televisione in Rai con il Disney Club. Dopo aver lavorato a Cinecittà per diversi programmi, tra cui La prova del Cuoco, mi sono occupata delle serie tv. Ho lavorato di nuovo in Rai a Torino per sei anni e poi mi sono licenziata perché sentivo il bisogno di volare altrove. Adesso sono un po’ di anni che punto al cinema e voglio specializzarmi nella creazione dei costumi nel digitale”.
Come funziona questo lavoro? Come nascono i costumi di film e serie tv?
“Per me inizia tutto dalla creazione del personaggio, mi calo in una storia e la traduco in qualcosa che gli altri possono vedere. Come costumista collaboro con i diversi comparti creativi, un aspetto molto divertente. Oltre che con i reparti del trucco e del parrucco, mi relaziono molto con la fotografia, ma anche ovviamente con il regista, con la direzione artistica, il casting e poi anche con la scenografia essendo parte dell’immagine”.
Ci sono stati i registi particolarmente esigenti?
“Sì certo, Paolo Franchi, Giuseppe Gagliardi, Francesca Archibugi per citarne alcuni”.
Per la serie Cuori ha lavorato fin dall’inizio. Come sono stati pensati i costumi dei personaggi?
“Sulla prima stagione non ho avuto grandi problemi. Per Delia avevamo in mente una dottoressa che aveva studiato in America e si voleva dare l’idea di una donna emancipata, decisa e capace ma comunque che non rinuncia alla sua femminilità, un po’ contraria alla tendenza del femminismo degli anni Settanta che poi negherà la femminilità come strumento. Lei è stato il personaggio che ha determinato gli altri. Per gli uomini è stato semplice. Quando siamo passati agli anni ’70 ho trovato una sfida invece. I personaggi dovevano mantenere la loro coerenza in un momento in cui la moda era cambiata rispetto a prima. Sono riuscita a trovare una chiave che sta avendo un ritorno del pubblico adesso. Cuori ha un pubblico severissimo. La squadra di lavoro che è sempre stata la stessa, con professionisti sia della casa Aurora che della Rai, ha consentito questo risultato. Una squadra al 100% torinese. È stato veramente l’unico modo poter ottenere un risultato del genere”.
Com’è riguardare le puntate dopo averci lavorato?
“È sempre un bel confronto, le prime volte le guardo con un grande stupore. Quando lavori a una serie la costumista non è sempre sul set e quindi non vede il girato. Sono rimasta positivamente colpita”.
Quali sono gli attori e le attrici che ricorda con più affetto?
“Parlando di Cuori direi Pilar Fogliati. È una persona meravigliosa. Ma poi anche Nicola Rignanese, Giuseppe Battiston, Lorenza Indovina. Quando lavoravo a Roma, Antonella Clerici. È una donna stupenda, è così come la vedi, solare, andavamo a casa sua per preparare gli outfit dove trovavamo sempre una merenda ad aspettarci. Quando agisci sul fisico di una persona entri in contatto con la sua psicologia. Si creano dei rapporti particolari. Poi ci sono gli attori e le attrici che amano stare bene con i gruppi di lavoro, altri che preferiscono tenere le distanze".
C’è qualche aneddoto che ancora oggi la fa sorridere?
“Quando facevamo le prove costumi con Pilar Fogliati. Sua nonna era una fotomodella degli anni ’50, quando le piaceva un cambio faceva le stesse pose della nonna, era entrato questo linguaggio tra di noi di grande divertimento. Poi lei faceva queste imitazioni, la mia, quella della costumista torinese, era sempre legata a un termine che uso spesso: ‘dovremmo mettere un poussoirino”.
Quanto è cambiata Torino per il cinema nel corso degli anni?
“È cambiata tanto, quando ho cominciato la Film Commission era ancora in piazza san Carlo e le maestranze erano veramente agli inizi. Le persone si stavano approcciando al cinema. Adesso ci sono tantissimi professionisti, c’è una scuola di cinema intesa come stage che vengono fatti durante la formazione per persone che poi si inseriscono nel settore”.
È una buona piazza per i costumisti?
“I torinesi per certi ruoli erano la scorta dei romani. Adesso che non siamo più ruota di scorta, gli stessi torinesi che ricoprono ruoli nella produzione cercano di pagare poco e si comportano come erano allora i romani. Certe figure professionali vengono un po’ bistrattate ancora. Ci sono anche un po’ di differenze di genere. Ci sono solo donne a Torino e lo stesso vale per il trucco”.
C’è un sogno nel cassetto?
“Mi piacerebbe realizzare un film con un regista così bravo che tiri fuori il meglio da me e da tutta la troupe e che ci porti alla notte degli Oscar. Ce ne sono diversi con cui vorrei lavorare, ma sono stranieri, penso a Clint Eastwood e Wes Anderson”:














