Era il 23 maggio 2021 quando Moussa Balde moriva suicida all'interno del Cpr di Torino. Arrivato in Italia senza documenti, il giovane immigrato della Guinea era stato trasferito al Centro per il Rimpatrio di corso Brunelleschi dopo essere stato identificato a Ventimiglia, dove aveva subito un violento pestaggio.
La condanna
Dopo aver trascorso dieci giorni in isolamento nell'ospedaletto del Centro, ufficialmente per motivi sanitari, si è poi tolto la vita impiccandosi. Oggi, per la sua morte, il tribunale del capoluogo piemontese ha condannato a un anno di reclusione (con la condizionale) Annalisa Spataro, all'epoca direttrice del centro per conto di Gepsa, la società che gestiva la struttura.
Assolto invece Fulvio Pitanti, responsabile sanitario della struttura. Secondo l'accusa la fragilità psichica di Balde non fu valutata correttamente. I familiari del giovane, costituiti parte civile con l'avvocato Gianluca Vitale, hanno ottenuto provvisionali per oltre 350mila euro complessivi.
AVS/SE: "CPR vanno chiusi"
Il vicecapogruppo di AVS alla Camera Marco Grimaldi (fra i testimoni della difesa), la capogruppo di AVS in Regione Piemonte, Alice Ravinale, e la capogruppo al Comune di Torino di Sinistra Ecologista, Sara Diena tornano a ribadire che "i CPR sono buchi neri, così come il fermo amministrativo dei migranti una vergogna di Stato: queste strutture vanno chiuse".
"L’autunno scorso - aggiungono - il Consiglio di Stato ha evidenziato che gli attuali capitolati d'appalto per la gestione dei CPR sono inadeguati dal punto di vista di sanitario. Per questo, dal Consiglio Regionale, abbiamo inserito nel Piano socio-sanitario la previsione che le ASL aumentino le verifiche sulle condizioni di detenzione e sullo stato psico-fisico delle persone trattenute".
"Il nostro pensiero va ai familiari di Moussa, che abbiamo incontrato nel corso del processo, e un ringraziamento alla società civile torinese che li ha sostenuti con generosità, offrendo accoglienza e vicinanza. Siamo soddisfatti che la sentenza riconosca un risarcimento alla famiglia, nonostante sia ovvio che nessuna somma di denaro può restituire la vita di un figlio o cancellare il dolore di una perdita così profonda", è stato il commento di Diletta Berardinelli, Garante delle persone private della libertà personale della Città di Torino. "Questa sentenza conferma il fallimento strutturale dei CPR. Il nome di Moussa non resti solo legato a una tragedia, ma diventi memoria storica e responsabilità collettiva capace di interrogare le coscienze, ricordando a tutti noi che la dignità e la libertà di movimento non può essere trattenuta".