E poe...sia! - 15 febbraio 2026, 09:00

Sudan

Cosa sta succedendo?

Amici, #poetrylovers, lettori… buongiorno.

Mi scuso anticipatamente per la mancanza di entusiasmo e originalità. Rimandati entrambi al mese di aprile.

Questo e il prossimo articolo, infatti, intendono raccontare con chiarezza e sincerità alcuni sgradevoli fatti di cronaca africana. Portarvi a conoscenza di cosa sta succedendo in Sudan (argomento odierno) e in Congo. Proverò a tracciarne un resoconto oggettivo.

Se preferite letture amene e storie rincuoranti, il mio consiglio è di fermarvi qui; nessun’offesa.

A chi resta, invece, sottolineo quanto ormai siamo assuefatti alla narrazione matrixiana dei media occidentali: notizie accuratamente selezionate, altre -spinose e “irrilevanti” (per chi, poi?)- ignorate. Tutto è falsato, filtrato, edulcorato, allo scopo di trasmettere una parvenza di controllo e quiete, come se le guerre o le ingiustizie tutt’intorno a noi succedessero ma non contassero niente. Guardiamo alla realtà con lenti di rimpicciolimento, per giunta obbligate. E credetemi quando vi dico che non dona a nessuno, la cecità emotiva.

Insomma, lungi dal voler fare di tutta l’erba un fascio (sono sicura che molti se ne siano interessati almeno un po’), esiste la concreta possibilità che agli occhi della maggioranza il disastro sudanese stia passando del tutto inosservato. Avrete capito che questa cosa non mi sta bene per niente.

Ora, archiviata (per ora) la critica al mondo dell’informazione, proviamo a comprendere le cause scatenanti, gli effetti e le dinamiche interne di questo ennesimo disastro umanitario.

La guerra in Sudan è ad oggi una delle più gravi crisi umanitarie in atto. Il 15 aprile 2023, a Khartoum e in gran parte del paese sono scoppiati intensi combattimenti; a fronteggiarsi: le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Da allora, il conflitto ha ucciso e ferito migliaia di persone.

Analizziamo in breve le cause della guerra, cominciata nel 2023: sono essenzialmente legate alla lotta di potere tra l’esercito regolare e i miliziani dell’RSF (mercenari protetti persino dalla politica estera, per via di stretti rapporti commerciali -in primis, con l’Arabia Saudita): due fazioni che fino a poco prima avevano governato insieme. La frattura insanabile tra i loro leader, il generale Burhan (SAF) e il generale Hemetti (RSF) e la loro incapacità di accordarsi sull’integrazione dell’RSF nell’esercito, come precedentemente pattuito, scatena la violenza. Tuttavia, sono stati il clima di tensione, l’instabilità economica e i disordini seguiti ai due colpi di stato (2019 e 2021) a fungere da incubatrice silenziosa e accendere la miccia di questa guerra.

Aggiornamenti recenti riguardano la città di El Fasher, nel Darfur del nord. Dopo un anno e mezzo di assedio è stata infine conquistata dai soldati dell’RSF. In migliaia sono rimasti intrappolati - si stima siano almeno 250.000. Chi è riuscito a fuggire nella città di Tawila ha riferito di una strage devastante: nulla a che vedere con giustizia sociale o lotta civile, soltanto violenze e massacri basati sul sadismo. Torture, colpi di arma da fuoco, fame. E proprio lì, Medici Senza Frontiere si sta occupando di curare un numero enorme di civili feriti e bambini malnutriti. Il conflitto conta ormai 24,6 milioni di sudanesi ridotti in stato di totale bisogno - medico e umanitario. Riusciamo a concepire una cifra simile? Io no, non me ne capacito.

Si stima inoltre che più di 10,7 milioni di persone abbiano dovuto abbandonare le proprie case (la metà sono bambini); la maggioranza degli sfollati (oltre 8 milioni) si sono diretti nel Sudan centrale, mentre circa 3 milioni sono fuggiti verso i paesi limitrofi, tra cui il Ciad. È il più grande fenomeno di sfollamento al mondo; siamo nell’ordine dei milioni, non scordiamolo. E la fuga, ahinoi, termina quasi sempre in campi profughi totalmente sprovvisti di assistenza sanitaria.

Non fosse la situazione già abbastanza diabolica, si aggiunge all’incubo un comportamento talmente reiterato da essere stato ormai adottato come “arma” vera e propria: lo stupro.

Lasciatevi viol3ntare, così almeno vivrete”: cavalcando questo mantra, da più di due anni, donne e bambine subiscono atrocità da parte dei miliziani, tra il silenzio e l’impunità del mondo intero. Finora sono state documentate poco meno di 700 violenze sessuali ma è facile intuire che si tratti della punta dell’iceberg: paura = omertà, anche in Africa. Di queste, 256 sono vittime minorenni tra i 5 e i 16 anni.

Tra aprile 2023 e ottobre 2024, infatti, soltanto 36 donne hanno effettivamente denunciato lo stupro (di gruppo e non). Non sono state risparmiate neppure le operatrici sanitarie, rapite e costrette a prendersi cura dei soldati feriti per evitare ulteriori aggressioni. I dati -l’avrete capito- sono inclementi: 2,5 milioni di ragazze non vanno più a scuola. Crescono ancora una volta i casi di matrimoni forzati e mutilazioni genitali.

Mi fermo qui: non perché manchi materiale -anzi- ma perché non servirebbe a niente aggiungere informazioni su informazioni. Paradossalmente, la troppa esposizione ai dati innesca un effetto collaterale, cioè quello di soffocare dietro ai numeri il sangue, la carne, le voci e i sogni delle vittime. Uomini, donne e bambini. Privandoli dell’anima, trasformandoli in statistiche e titoli clickbait.

Rattristarsi non è lo scopo, bensì il mezzo. Per arrivare a qualcosa? Sì, ma prima di arrivare dovremmo preoccuparci di partire. Chiediamoci: come possono le nostre azioni “partire”, prepararsi al cammino della consapevolezza? Iniziando da piccoli quanto risoluti passi:

1. Dubitare. Sempre.

Scegliere di quali notizie “alimentarsi”, confrontandone i canali, approfondendone le fonti e i punti di vista, per evitare di incappare in bug del sistema mediatico. Sì, gente, non tutto ciò che giunge sotto i nostri occhi è super partes né tantomeno verificato. Il controllo sulle notizie è spaventosamente reale. Consiglio non richiesto: la televisione non è quasi mai affidabile, salvo rarissime eccezioni.

2. Boicottare.

Spesso sentiamo dire che i nostri acquisti, i nostri viaggi, le scelte grandi e piccine di ogni giorno possono considerarsi atti politici. Ora, mi trovo piuttosto in accordo, se non fosse che la politica non c’entra niente. Dobbiamo slegarci dagli schieramenti, smettere di considerare la giustizia come il risultato di una lotta tra fazioni. Essere umani e solidali con il prossimo va ben oltre le ideologie imperfette dell’uomo. Ha del divino, è un dono. Boicottare mercati ed eventi che potrebbero finanziare il dolore altrui non dovrebbe soltanto essere un’opzione bensì un dovere civico. Qualche esempio? Potremmo evitare di trascorrere le nostre vacanze in paesi oscenamente ricchi, la cui economia si basa appunto sullo sfruttamento? Potremmo smettere di acquistare compulsivamente device tecnologici (cellulari in primis) composti da minerali rari, quasi sempre ottenuti per mezzo del lavoro minorale nei paesi sottosviluppati? Che dire della gioielleria: abbiamo l’abitudine di chiedere al negoziante un certificato che attesti la provenienza delle materie preziose e che siano state ottenute nel rispetto dei diritti umani? Siamo pronti a mettere da parte le passioni personali se non approviamo la gestione criminale di rassegne/festival/kermesse/competizioni messa in atto dai paesi organizzatori? Pensiamo ad esempio ai Mondiali di calcio della FIFA; attualmente, in lizza, troviamo il Marocco (edizione 2030) e l’Arabia Saudita (edizione del 2034). Così, su due piedi, a me qualche sacrosanto dubbio sorge… Corruzione, ispettori ben “lubrificati”, migliaia di disperati sfruttati come lavoratori e privati per anni di ogni tutela, uccisione indiscriminata della fauna selvatica (per fare “ordine”, immagino, non sia mai che un turista occidentale possa constatare la piaga del randagismo). Come minimo, nella scelta degli ospitanti, la Fifa avrà dovuto tapparsi entrambi gli occhi; basti pensare al fatto che lo sport -sinonimo di uguaglianza e libertà- verrà probabilmente rappresentato da governi che ancora ricorrono alla lapidazione.

3. Sostenere.

Con attenzione e i dovuti controlli, sforziamoci di isolare realtà no profit ben strutturate, SERIE, che si occupino di fare rete con gli enti locali e aiutare concretamente le popolazioni bisognose nel mondo. Amnesty International, MSF, Fondazione Pangea Onlus, Oxfam, ActionAid, per citarne alcune. Fare beneficenza con intelligenza, insomma. E generosamente. Il solito buon vecchio consiglio.

Fine delle trasmissioni. La seconda parte a marzo.

La poesia di oggi è affidata alla penna di Nelly Sachs: nata a Berlino nel 1891 e figlia di un ricco commerciante nonché musicista, venne allevata in un ambiente colto da insegnanti privati. Di famiglia ebrea, fu una dei pochi a fuggire dalle persecuzioni, trovando rifugio in Svezia -dove rimase fino alla morte. Scrisse liriche e pièce teatrali, esprimendo con eleganza il tema del destino e il senso di colpa del sopravvissuto. Vinse il premio Nobel per la Letteratura nel 1966.

Tu

nella notte

occupata a disimparare il mondo

da lunghissimo tempo

il tuo dito dipinse la grotta di ghiaccio

con la mappa canora di un mare nascosto

che radunava nella conca del tuo orecchio le note,

pietre per il ponte

da questo a un altro mondo,

compito altamente preciso

la cui soluzione

è affidata ai morenti

(tratta da “Al di là della polvere”)


Questo verso in particolare:

“pietre per il ponte”

E se provassimo a sostituire alle pietre le nostre azioni?

Sapete, possono essere altrettanto dure, solide, comunicanti.

Pensateci su.

Alla prossima


ps Commento dell’artista Flora Palumbo sull’opera pittorica: “In un contesto in cui le persone non vogliono ascoltare -sorde- e non vogliono vedere -cieche, in un mondo indifferente, chiuso, insensibile, esiste comunque qualcuno che resta vivo… un’ottica forse amara ma sicuramente speranzosa. Perché riconosce che, nonostante tutto, c’è sempre chi non si lascia spegnere

Johanna Poetessa