I Bull Brigade salgono sul palco dell’Hiroshima Mon Amour venerdì 6 marzo. “Perché non si sa mai” è il titolo del loro ultimo album pubblicato dall’etichetta torinese Motorcity Produzioni dello stesso Eugenio Borra, frontman della band.
Ancora una volta la band vuole restare fedele a se stessa, alla propria storia e al pubblico che l’ha accompagnata in tutti questi anni.
Dieci tracce, c’è un fil rouge che le unisce?
“Non è un concept album - spiega Borra -. Ma è un disco che può essere sovrapponibile come arrangiamenti, come atmosfera. Suona in maniera diversa perché il nostro produttore di Londra ha cercato di mettere un vestito nuovo. È un disco street che tratta in maniera romantica argomenti che vanno dalla vita di strada e alla sottocultura, quelle che sono le nostre tematiche da sempre”.
Nel disco ci sono diverse collaborazioni con autori di generi diversi, c’è anche quella con un altro torinese, Willie Peyote, come è nata e che canzone ne è venuta fuori?
“Wille è un rapper e anche il suo background è molto street come il nostro. Condividiamo molte cose, come la tifoseria del Toro. Era tempo che avevamo in testa una collaborazione, ma dovevamo portare un livello tale che questa cosa stesse in piedi. La canzone che abbiamo fatto con Willie si chiama Quindicesimo inverno. È un brano che racconta l’inverno del 1996. Allora avevo 15 anni. È una una cartolina del moti di ribellione e di quell’anno magico in cui ho iniziato a entrare all’interno della metropoli con i collettivi, lo stadio, la musica”.
Siete attivi dal 2006, la periferia e la vita urbana sono temi che sono rimasti, ci sono delle differenze rispetto agli anni dell’inizio?
“Prima i Bull Brigade facevano un genere più diretto e frenetico, trattavano temi di rottura sociale, poi abbiamo cercato di crescere e di mantenere una musica coerente con la nostra anagrafica, fare della musica senza perdere noi stessi. A 45 anni la percezione è diversa rispetto a quando uno ne ha venti. Dici e racconti la stessa cosa da un punto di vista diverso”.
Come torinesi siete testimoni delle tensioni sociali che attraversano il presente della nostra città. Cosa ne pensate di quello che è successo da Aska?
“Il nostro primo concerto è stato proprio ad Askatasuna. I moti di ribellione di cui parlo in Quindicesimo inverno si riferiscono a un evento specifico che portò all’inizio di Aska. Per noi quel posto che ha rappresentato moltissimo a livello sociale e culturale. Ci ha permesso di conoscere altre persone, altri ragazzi che condividevano le nostre passioni, ha migliorato in maniera considerevole la qualità del nostro tempo libero e della nostra vita, era un posto accessibile a tutti dove si poteva crescere dal punto di vista cultura e condividere passioni e percorsi. Purtroppo, sono un po’ preoccupato a questa tendenza perché questi luoghi hanno una valenza importante per i quartieri e per i giovani. Svolgono una funzione che uno stato non può svolgere. Ho due figli di 15 e di 10 anni, mi rendo conto che lo Stato è assente per i ragazzi, non ha dei presidi dove i ragazzi possono condividere le cose. Spero che ci sia un cambio di rotta perché è sbagliato chiudere posti come Aska.
Torino oggi per quanto riguarda la musica e il punk è un punto di riferimento?
“Spero che attorno ai Bull Brigade che hanno aperto la porta di casa a cercare il mondo della musica senza perdere loro stessi possano crescere le band emergenti. Ci sono tanti gruppi che vale la pena approfondire, parlo di Billows, Back from the grave, Gli scheletri, La parte peggiore, per fare alcuni esempi. Adesso la musica viaggia in dinamiche complesse, ormai le major sono interessate alla trap e contano più le visualizzazione sui social rispetto alla sostanza, dall’altra c’è un ritorno al classico che mi fa ben sperare per il futuro”.
Il Festival di Sanremo si è appena concluso e come l'anno scorso è di nuovo emersa musica non mainstream, cosa ne pensate di questo cambiamento?
“È bel segnale, se c’è la possibilità di far emergere una persona perché è brava, significa che abbiamo vinto, si sta andando nella direzione giusta”.
Qual è il sogno nel cassetto da realizzare o il progetto che vorreste realizzare?
“Ci siamo tolti tante soddisfazioni perché abbiamo suonato con tutti i nostri big del nostro ambito. Ora ci piacerebbe fare qualcosa di grande, magari qualche festival. Ci siamo dati questo: fare il meglio di quello che ci capita e aprire il concerto di un big che abbia temi sovrapponibili ai nostri”.