Sabato 21 e domenica 22 marzo tornano per la 34ª edizione le “Giornate FAI di Primavera”, il più grande evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico dell’Italia.
Torino
IL PALAZZO DI CITTÀ E LE STANZE DEL SINDACO
Il Palazzo di Città si affaccia sull'omonima piazza, sita nel Quadrilatero, nel pieno centro di Torino, in un'area già considerata di notevole importanza in epoca romana. Oggi sede del municipio, in origine era adibito ad abitazione mercantile e fu comprato dal Comune nel 1472, che man a mano acquistò tutti i palazzi affacciati sulla piazza. A partire dal 1659 furono realizzati svariati interventi di ristrutturazione su progetto dell'architetto ducale Francesco Lanfranchi cui sono seguiti rifacimenti e restauri nel corso dei secoli, come l’ampliamento realizzato nel Settecento in conseguenza a modifiche sulla piazza volte a rendere l'area il più armoniosa possibile. L'edificio si sviluppa su tre piani: quello inferiore è costituito da un portico, al cui centro è posto l’ingresso, affiancato da due nicchie con le statue imponenti di Eugenio di Savoia e di Ferdinando di Savoia. L'interno si apre sul Cortile d'Onore, dal quale si accede al piano superiore tramite uno scalone, la cui volta riccamente decorata con affreschi di carattere mitologico-simbolico esalta la grandezza e la magnificenza della Città di Torino. Proseguendo oltre il loggiato si accede alla Sala dei Marmi, che conserva ancora l'originale decorazione neoclassica. Da qui si accede alla balconata, uno tra gli elementi seicenteschi distintivi della facciata. Alla Sala dei Marmi sono anche collegate la Sala del Sindaco, la Sala delle Congregazioni e la Sala del Consiglio, nota anche come Sala Rossa per via dei velluti e damaschi rossi alle pareti. In occasione delle Giornate FAI di Primavera sarà possibile in via del tutto eccezionale ammirare l'ufficio particolare del Sindaco, la cosiddetta Sala dei Miracoli, che prende il nome dalla decorazione della volta, raffigurante la storia del celebre miracolo del Corpus Domini, avvenuto nel 1453.
OPIFICIO DELLE ROSINE
Nel cuore della città barocca, a due passi da Piazza Vittorio, l'Opificio delle Rosine racconta una storia di urbanistica ma soprattutto sociale, nella profonda tradizione delle istituzioni di carità torinesi. La fondatrice fu la terziaria domenicana Rosa Govone, che nel 1742 apre a Mondovì, sua città natale, l'Educatorio delle Rosine, una casa per accogliere donne povere e abbandonate dotandole di un'adeguata istruzione e un mestiere. Trasferitasi a Torino nel 1756, Govone ottenne in breve tempo da Carlo Emanuele III di Savoia l'assegnazione dei fabbricati dell'antico ospedale del Santo Sudario, e vì aprì l'“Opificio” delle Rosine, comunità femminile autosufficiente grazie alla produzione e vendita di manufatti tessili. La formazione al lavoro, effettuata da Maestre Rosine professioniste, consisteva nella tessitura e filatura della seta, della lana e del cotone, oltre che nella fattura di guanti, cappelli e in lavori di ricamo e passamaneria. Maria Teresa d'Asburgo Lorena, in segno di gratitudine alle Rosine, volle arricchire l'Istituto affidando all'architetto Giuseppe Talucchi la costruzione del colonnato che impreziosisce la manica dell'edificio che si estende verso via Plana, sobria e lineare, autentica testimonianza del classicismo torinese dell'Ottocento, affacciata sul giardino interno e pensata per le attività quotidiane dell'Istituto. Oggi l’Istituto ospita uno spazio polifunzionale che accoglie seminari, laboratori e servizi di ascolto e supporto. L'apertura durante le Giornate FAI offrirà l’opportunità di scoprire una storia di emancipazione femminile di straordinaria modernità per l’epoca, e di visitare gli edifici storici, l’affascinante giardino segreto e la piccola chiesa nascosta.
AUDITORIUM RAI “ARTURO TOSCANINI”
Nasce nel 1856 in qualità di Regio Ippodromo Vittorio Emanuele II, ovvero di "circo stabile" di proprietà della Corona destinato all'arte equestre, quale diletto mondano per società ottocentesca, come per altre istituzioni simili sorte in Europa negli stessi decenni, tra cui il celebre circo "Fernando" di Parigi. Viene ben presto adattato anche per altri spettacoli ed è riservato prevalentemente all'attività concertistica dal 1872, quando Torino divenne la prima città italiana a organizzare regolari stagioni sinfoniche con un'orchestra stabile. Nel 1884, in occasione dell'Esposizione Generale Italiana, il Teatro Vittorio Emanuele ospitò un'Orchestra Municipale di circa cento elementi, tra i quali spiccava un giovane violoncellista destinato a diventare un grandissimo direttore: Arturo Toscanini. Già segnato dal tempo, nel 1901 il conte ingegnere Antonio Vandone di Cortemilia lo riprese completamente dal punto di vista architettonico; è però in seguito all'incendio dell'ex teatro Scribe o "di Torino", nel 1952, che l'Orchestra Sinfonica della Rai ebbe necessità di nuova sede, e l'allora Direttore Generale deliberò l'acquisto del “Vittorio” affidando ad Aldo Morbelli il progetto di sistemazione generale dell’edificio, mentre la realizzazione della vera e proprio sala da concerti fu affidata tramite concorso al celebre architetto Carlo Mollino. Oltre all’ampliamento di ingresso, biglietteria e servizi, la sala vide allargato di quasi sei metri il boccascena, e il posizionamento dell'organo da concerto a quattro tastiere sul fondo al centro. Il 4 ottobre 2007 l'Auditorium è stato intitolato ad Arturo Toscanini nel cinquantesimo anniversario della scomparsa. Nel 2019 l'Auditorium è stato nuovamente restaurato, interessando prevalentemente l'area della platea e il foyer, in cui è stato installato un nuovo sistema d'illuminazione. La struttura è dotata di coro, un'ampia platea, di una galleria e una balconata disposti a ferro di cavallo, per una capienza totale di 1.616 spettatori. Accessibile solo durante i concerti, in occasione delle Giornate FAI, oltre alla visita alla Sala Mollinana e al corridoio con l’esposizione delle bacchette dei direttori più importanti, è atteso un affascinante appuntamento "dietro le quinte", con sosta nei camerini di scena e sul palcoscenico.
RIFUGIO ANTIAEREO DI PIAZZA RISORGIMENTO
Il rifugio antiaereo di piazza Risorgimento è uno dei più grandi rifugi pubblici della città. Con una superficie di 550 metri quadrati e capienza fino a un massimo di 1150 persone, la sua costruzione, del 1943, è stata concepita con tecniche anti-bomba: a 12 metri di profondità, più di una via di uscita, pareti in cemento armato e soffitti a volta, discese a rampa frammentata per isolare eventuali incendi derivanti dagli spezzoni incendiari sganciati durante i bombardamenti. Al suo interno il rifugio è articolato su tre gallerie lunghe 40 metri e larghe 4 metri e mezzo collegate tra loro. Sulle pareti delle gallerie sono ancora visibili le tracce delle panche in legno fissate lungo tutta la lunghezza e i cartelli che riportavano le norme comportamentali e di pronto soccorso. Era dotato di elettricità che, oltre alla luce, azionava l'impianto di areazione. Per fronteggiare la mancanza di corrente elettrica durante il bombardamento, nel rifugio era presente una batteria di biciclette collegate a dinamo, che attraverso la pedalata riattivavano la luce e le ventole di areazione. Al di sopra del ricovero erano posizionati cumuli di terra e detriti funzionali ad attutire la penetrazione di un ordigno. Purtroppo la stima degli storici deduce che sommando la capienza dei rifugi pubblici e privati/casalinghi a norma, soltanto il 15% dei torinesi si sarebbe potuto considerare al riparo. La maggioranza della popolazione avrebbe dovuto dunque ricorrere a ricoveri di fortuna, cantine e infernotti, oppure allo sfollamento. Chiuso e dimenticato per decenni, nel 1995 venne riscoperto grazie anche ai lavori realizzati sulla piazza per la costruzione di parcheggi sotterranei. A seguito di un attento lavoro di bonifica, è stato reso accessibile e oggi è visitabile in occasione di eventi speciali, attraverso i percorsi a cura del Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà. Sarà eccezionalmente aperto durante le Giornate FAI di Primavera, con il supporto dei volontari ANPI Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, per raccontare ad un numero ancora maggiore di torinesi, e non solo, questa straordinaria storia di salvezza e rinascita che ha caratterizzato la vita dei nostri nonni o bisnonni.
HOTEL PRINCIPI DI PIEMONTE
Ingresso dedicato agli iscritti FAI. Domenica 22 marzo le visite si concludono alle ore 17
Per le Giornate FAI di Primavera 2026 aprirà le sue porte l’Hotel Principi di Piemonte, nel cuore di Torino, lungo l'asse monumentale di via Roma, un sontuoso edificio destinato alla funzione alberghiera, con sale decorate e suite raffinate, dove hanno sostato gli ospiti più illustri, dallo Scià di Persia a Frank Sinatra ed Ava Gardner, il pianista jazz Erroll Garner e ancora premi Nobel, tenori, e grandi protagonisti del mondo dello sport. La sagoma compatta e severa dell'Hotel Principi di Piemonte, elegante gioiello di architettura razionalista, si staglia tra gli edifici che si trovano tra piazza San Carlo e piazza Carlo Felice, esito della radicale trasformazione urbana attuata tra il 1931 e il 1937, quando l'antica Contrada Nuova venne ripensata secondo un disegno unitario e moderno. Il secondo lotto della “nuova” via Roma, coordinato da Marcello Piacentini, introdusse un linguaggio improntato a sobria monumentalità, ridefinendo isolati e prospetti. È in questo contesto che prende forma l'albergo Principi di Piemonte, fiore all'occhiello della città rinnovata, concepito nel 1934 da Vittorio Bonadè Bottino, progettista di fiducia della famiglia Agnelli, e inaugurato nel 1936 su terreno della Società Anonima Edilizia Piemontese (SAEP) del Gruppo Fiat. L'edificio si presenta come un compatto parallelepipedo di otto piani, rivestito in litoceramica. Libero su tutti i quattro lati, sulla facciata principale accoglie la grandiosa scalinata d'accesso. Un corpo vetrato aggiunto in occasione dei restauri per i Giochi Olimpici Invernali del 2006 ospita collegamenti verticali e scale di sicurezza, distinguendosi con chiarezza dall'impianto originario. Gli interni affascinano per pregio e raffinatezza, l'arredamento fu realizzato grazie alla collaborazione dell'architetto Giovanni Chevalley e impreziosito da elementi di design contemporaneo di stile Art Dèco. Il famoso Salone delle Feste, con i suoi mosaici in vetro della ditta Vetri Soffiati Cappellin Venini & C. e i lampadari in vetro di Murano, rievoca l'atmosfera elegante dell'ospitalità torinese tra le due guerre.
Avigliana (TO)
SCUOLA PICCO
Nel centro storico di Avigliana, di fronte al Palazzo Comunale, nel 1870 un comitato di cittadini pensò di realizzare un luogo in cui accogliere i bambini dai 3 ai 6 anni provenienti da famiglie povere, per consentire ai genitori di lavorare. Il primo Statuto organico della scuola fu approvato il 15 marzo 1871 da re Vittorio Emanuele II e oltre 100 anni dopo, nel 1978, l'ente fu inserito tra gli istituti pubblici di assistenza e beneficenza. Nel 1986 l'asilo fu dedicato alla mamma del notaio Giovanni Picco che contribuì alla ristrutturazione del fabbricato e lasciò un cospicuo lascito, e prese quindi il nome di Scuola dell'infanzia Domenica Bruno vedova Picco. Ora Scuola Picco, per i primi 5 anni ebbe sede nel salone messo gratuitamente a disposizione dalla Congregazione dei Sacerdoti presso la Casa Riva, ma grazie ai fondi raccolti in un ballo di beneficenza in favore della scuola, a dicembre del 1872 venne acquistata dall'avvocato Origlia, insieme al Comune di Avigliana e ad altri privati. Dopo oltre un secolo e mezzo di attività, il futuro dello storico asilo era incerto, tra calo delle iscrizioni e urgenti lavori strutturali. Poi la svolta: la Fondazione Paolo Vitelli scelse di sostenere un ambizioso piano di rilancio per la totale riqualificazione della scuola che ora è pronta ad accogliere bambini dai 3 mesi ai 6 anni in un contesto educativo innovativo e all'avanguardia. Tra nuove aule luminose, arredi e materiali naturali, colori pastello e spazi accoglienti, la nuova Scuola Picco si presenta come un ambiente educativo che unisce funzionalità e bellezza, progettato per il benessere e la crescita armoniosa dei più piccoli.
Montalto Dora (TO)
CASTELLO DI MONTALTO DORA
Noto come location della fiction Rai del 2006 La freccia nera e utilizzato dal regista Dario Argento per le riprese del film Dracula 3D, il Castello di Montalto Dora sorge in posizione strategica sul monte Crovero, da cui era possibile esercitare il controllo della piana lacustre di Ivrea e della strada che conduce in Val d'Aosta. Si presenta in forma di quadrilatero irregolare, con torri angolari rotonde e con alte mura merlate, lungo le quali si sviluppa il camminamento di guardia lungo circa 160 metri. Il massiccio mastio all'interno delle mura rappresentava il caposaldo difensivo: da qui era possibile esercitare il controllo della piana lacustre di Ivrea e della strada che conduce in Val d'Aosta. Nel cortile del castello si incontrano il posto di guardia e la cappella castrense con affreschi del XV secolo, sulla cui facciata, a opera di Giacomino da Ivrea, è raffigurato un San Cristoforo, protettore dei pellegrini che percorrevano la via Francigena. Gli ambienti della dimora nobiliare comprendono la grande sala baronale ove il signore riceveva gli ospiti di riguardo. Molteplici gli attacchi, a volte devastanti, subito nel corso della storia, come quello avvenuto durante l'assedio di Ivrea del 1641 da parte delle truppe francesi del marchese d'Harcourt, in guerra contro il ducato di Savoia: in quell’occasione l'interno dell'edificio fu smantellato, mentre rimasero in larga parte intatte le strutture esterne. Dopo alcuni passaggi di proprietà, verso il 1890 venne sottoposto a restauri guidati dagli architetti Carlo Nigra e Alfredo D'Andrade, ideatori del borgo medievale di Torino, assumendo il suo aspetto attuale. Proprietà privata, il castello, normalmente non visitabile, si trova all’interno di una Zona Speciale di Conservazione ed è raggiungibile solo a piedi, con una passeggiata di circa 30 minuti dal centro di Montalto Dora.
Riva di Pinerolo (TO)
CASTELLO MOTTA SANTUS
Il piccolo Castello Motta Santus, immerso nel verde dei campi coltivati e circondato da un giardino rigoglioso, popolato da piante secolari, è una dimora privata e aprirà al pubblico delle Giornate FAI per la prima volta. Citato nel catasto del 1428, rientra tra le dimore signorili fortificate con annessa azienda rurale, ma è senza dubbio anteriore nella sua struttura originaria. Conserva ancora il ponte levatoio, la piccola cappella e le sale al piano terra, testimoni di lunghi secoli di storia. Oggi è abitata dai discendenti di Giuseppe Ignazio Santus, che diede al castello il nome definitivo dopo l'estinzione della famiglia Berna, nobili pinerolesi e primi proprietari, avvenuta nel 1617 per mancanza di eredi maschi. Il castello andò in dote alla figlia Eleonora Berna, che sposò Ignazio Santus. Nei secoli successivi, la proprietà passò in successione alle donne di varie famiglie nobili, tra cui Valperga, Bardessono, Rubeo, Colla, Della Chiesa di Cervignasco e di Trivero. Ancora nel Seicento, la tenuta era molto estesa: comprendeva campi, prati e vigne in diverse zone di Riva, con edifici rustici annessi, per una superficie documentata di “161 giornate, 83 tavole e 7 piedi”. Oggi la tenuta è più ridotta, ma il castello rimane nascosto tra la natura, conservando il suo fascino discreto. Nel XIX secolo, la struttura fu modificata secondo il gusto della nobiltà carlo-albertina, con l'aggiunta di merlature e torrette, donandole l'aspetto che oggi i visitatori possono ammirare.
Giaveno (TO)
MULIN DU DETU
In occasione delle Giornate di Primavera, in collaborazione con l'Ecomuseo dell'Alta Val Sangone, un percorso tra i mulini racconterà la storia del territorio a partire dalla tradizione dei picapera, maestri scalpellini che estraevano le macine sulle montagne per trainarle a valle, dalla coltivazione dei grani antichi fino alla loro macinatura e alla panificazione nei forni di borgata. Uno di questi mulini, ancora in funzione, aprirà alle visite: è il Mulin du Detu, risalente al 1218 d.C. e da cui si può godere di una splendida vista delle montagne che circondano la valle. Nel 1877 Benedetto Giai Via lo acquistò e ristrutturò, restituendolo alla sua antica funzione fino al 1980. A oggi il Mulin du Detu (diminutivo di “Benedetto”) appartiene al bisnipote Giuseppe Colombatti che lo mantiene per scopi didattici. La struttura dell’edificio è su diversi livelli. All’esterno scorre l'acqua del Sangone nel "canale delle Fucine", dove aziona la grande ruota di ferro (diam.5 metri) sostituita a fine '800. Nel piano interrato le quattro macine in pietra sono mosse dalla sola grande ruota per mezzo di particolari ingranaggi detti palmenti. Vi si macinavano diverse farine tra cui orzo, mais, grano e castagne. La farina setacciata per mezzo dei buratti veniva divisa in sacchi pronti per varie destinazioni. Iniziativa speciale durante le Giornate FAI: la domenica Emanuela Genre e Marianna Sasanelli presenteranno il loro libro "Mulini storici del Piemonte", edito dal Capricorno in collaborazione con l'AIAMS Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici.
Chivasso (TO)
L'EDIFICIO DI PRESA DEL CANALE CAVOUR
L'opera di canalizzazione della Coutenza Canali Cavour rappresenta l'ossatura portante di un'estesa rete di canali che ha consentito la trasformazione e lo sviluppo del vasto comprensorio risicolo, dell'estensione di circa 300.00 ettari, compreso tra i fiumi Dora Baltea, Ticino e Po. Realizzato tra il 1863 e il 1866 all’indomani della proclamazione del Regno d'Italia, prende il nome dal suo promotore, il conte Camillo Benso di Cavour. L'imponente architettura ottocentesca in perfetto stato di manutenzione cela, dietro l'elegante architettura in cotto e granito, la scenografica galleria di manovra delle paratoie. La bocca di presa, larga al fondo 40 metri, è pavimentata per i primi 460 metri con ciottoloni e per gli ultimi 40 metri, più vicino all'edificio, in granito; è delimitata da alti muraglioni che si elevano di 80 cm oltre il livello delle piene del Po. Il vero e proprio edificio di presa si localizza lungo le sponde del Po, è lungo 40 e largo 8 metri, ed è diviso in 21 luci ripetute in due ordini sovrapposti e costituite da stipiti in pietra viva che contengono tre ordini di paratoie, due utilizzati per il normale servizio di regolazione delle acque e il terzo, sussidiario, funzionante solo in caso di necessità di manutenzione. Si tratta di un'opera che desta meraviglia, sia per la rapidità nell'esecuzione che per la perfezione costruttiva, ottenuta impiegando solo mattoni e pietra naturale. Questa apertura durante le Giornate FAI permetterà la ricoperta di un vero e proprio fiore all'occhiello dell'ingegneria idraulica italiana ed europea.
Borgofranco di Ivrea (TO)
MUSEO DEL CASEIFICIO DI BAJO DORA
Pittoresco villaggio di 350 abitanti con una storia ricca e affascinante, Bajo Dora era un tempo sede di un castello, distrutto durante il conflitto franco-spagnolo del 1640. Qui, dal 1889, il Caseificio permetteva ai contadini del posto di incrementare la produzione di burro e toma. Gestito in forma di “latteria turnaria”, era situato al piano terra di un edificio comunale che ospitava le scuole al piano superiore. Tutto il latte della giornata veniva lavorato dal casaro e il prodotto era destinato al socio che aveva più “crediti” in quel momento. Il caseificio cessò la sua attività nel 1958 per le mutate condizioni economiche. Nel 2025 il Coro Bajolese decise di raccogliere tutte le attrezzature che erano servite per l'attività casearia nel piccolo museo etnografico che già dal 1972 raccoglie le testimonianze orali della gente del Canavese. Armati di registratori, i membri del Coro hanno infatti intervistato anziani, parenti e amici, raccogliendo testimonianze preziose sulla vita di un tempo; il fotografo Giovanni Torra ha seguito con il suo obbiettivo Amerigo Vigliermo e il Coro nella loro ricerca, lasciando un patrimonio di immagini di un mondo che non c'è più. È così che da semplice gruppo corale, il Coro Bajolese è divenuto un punto di riferimento per la comunità, un luogo dove si coltivano le tradizioni e si trasmette l’amore per la musica popolare.