Cultura e spettacoli - 20 aprile 2026, 19:31

L’eredità di Carlo Fruttero nel ricordo della figlia: "Uomo saggio, ma oggi faticherebbe a scrivere liberamente" [INTERVISTA]

Nel centenario dalla nascita le iniziative al Circolo dei lettori dal 23 aprile: "Mio padre era un ironico, volevamo raccontarlo in modo che potesse parlare ai giovani"

L’eredità di Carlo Fruttero nel ricordo della figlia

“Il primo ricordo che mi viene in mente di mio padre è lui che mi chiama e mi chiede di venire al computer per farmi dettare un articolo o il pezzo di un romanzo. L’ho sempre fatto da quando avevo 16 anni”. 

A raccontare Carlo Fruttero è sua figlia, Carlotta. Lei che quando era piccola lo ha visto scrivere gomito a gomito con Franco Lucentini a romanzi iconici come La donna della domenica e La prevalenza del cretino. 

“Li ho sempre visti lavorare - ricorda Carlotta, oggi scrittrice a sua volta -. Avevo circa otto anni. Quando papà mi portava da Franco nel suo studio di piazza Vittorio, me ne stavo su uno sgabello per ore, in silenzio, e pure loro. Ogni tanto dicevano un aggettivo, ne discutevano, poi trovavano la quadra. Quando finiva questa sessione per me incomprensibile, mi portavano in via Po, da Ghigo, e mi prendevo la cioccolata calda come premio. Franco a volte mi portava in cartoleria e mi comprava un pennarello fosforescente o delle matite colorate. A casa sua non c’erano libri per bambini, quindi spesso mi dava da leggere romanzi come Il Circolo di Pickwick, anche se avevo solo otto anni. Sono cresciuta così, in questo mondo qui dove la lettura era fondamentale, la scrittura era il lavoro e il fumo era il corollario”. 

La donna della domenica è uno dei romanzi più conosciuti e amati soprattutto dai torinesi. Quando ha avuto modo di leggerlo?

“L’ho letto tardi, mio padre mi permise di leggerla verso i 15 anni. La cosa che colpì era l’arma del delitto. Pensavo, ma come questi due che conosco sotto tutta un’altra luce usano un fallo di pietra? Mio papà, poi, sabaudo, spiritoso, ma rigoroso, come gli è venuto in mente?”. 

Cosa ne pensa del film di Luigi Comencini del 1976? 

“Il film l’ho visto dopo perché all'epoca avevo 14 anni. Sono sempre molto scettica sulla trasposizione da un libro a un film, ma devo dire che quel film è stato fatto benissimo. Sono riusciti a tirare fuori la torinesità pur essendo tutti romani d’origine”. 

In questi giorni si sta svolgendo il Lovers Film Festival e l’anno prossimo Torino ospiterà l’Europride. La città è dunque cambiata rispetto agli anni in cui Fruttero e Lucentini affrontavano un tema scottante come l’omosessualità? 

“Avevano la libertà mentale ed editoriale di poter dire e raccontare cose di cui all’epoca non se ne parlava. Non se ne poteva parlare di omosessualità e loro ci hanno fatto una storia d’amore, hanno descritto una coppia. Un altro aspetto da visionari è stato inserire la meridionalità, con un commissario del sud. All’epoca questo tema si cominciava a delineare in modo più aperto, era un tema controverso. A Torino c’è stata un’immigrazione potentissima che veniva osteggiata e loro hanno trasformato il protagonista in una specie di eroe meridionale. Erano sempre fuori dagli schemi, con un gusto per la lingua italiana fuori dal comune. Erano degli artigiani della scrittura”.  

Cosa ne penserebbe oggi suo padre della città in generale? 

“Penso che per certi versi sarebbe dispiaciuto, soprattutto per i cambiamenti rispetto alle botteghe artigiane. Non ci sono più certi negozi storici, che erano i suoi preferiti. Dall’altro lato la apprezzerebbe molto perché Torino in questi anni è cambiata in meglio. Io non ci vivo ma la trovo molto pulita e ordinata. Poi c’è un’illuminazione la sera che valorizza tutti i monumenti storici. C’è tanta vivacità dal cinema al teatro. Secondo me sono aspetti che apprezzerebbe molto”.

Nel 2026 cade il centenario dalla nascita. A Torino sarà celebrato con la nascita del Club Fruttero, con diverse iniziative e con una mostra al Circolo dei lettori, cosa rappresenta per lei e sua sorella questo momento? 

“Per noi è un momento importante perché pensiamo che nostro padre meriti di essere riscoperto, non solo come romanziere, ma anche per tutte le cose che ha fatto. La mostra tocca un po’ tutti questi aspetti: dal fumetto alla fantascienza, passando per la traduzione e il teatro, a firma doppia e a firma unica. Poi ci sono i suoi oggetti, come la Valentine rossa, a cui io sono legatissima. Mi sembra anche un’ottima idea quella del Club Fruttero, perché non volevamo celebrarlo in maniera paludata. Mio padre era un ironico, la cifra che volevamo trasmettere era quella dell’ironia e della poliedricità, sua e di Lucentini. Il Club vuole attrarre i giovani, l’idea è di avvicinarli e di far sì che li prendano a esempio per intraprendere questo mestiere”. 

Cosa le manca di più di suo padre? 

“Sento molto la mancanza delle sue pillole di saggezza, soprattutto in questo momento della nostra storia. Sono contenta da un lato che non ci sia perché avrebbe trattato certi argomenti in modo fuori dal comune, ma non glielo avrebbero lasciato fare. Oggi è tutto calibrato e censurato, non avrebbe avuto la libertà di quegli anni, quando si poteva dire tutto e nessuno si offendeva”. 

Nei suoi libri, suo padre mette sempre al centro le donne, come riusciva a mettersi così bene nei loro panni? 

“Era abituato a un ambiente di tante donne. Ci è cresciuto insieme e le conosceva benissimo. Vedeva a volte questi lati comici che potevano far venire i nervi agli uomini. Noi siamo bravissime a indisporre l’uomo quando vogliamo e quindi lui ogni donna l’ha descritta con una sua peculiarità assolutamente femminile. In Donne informate sui fatti, sono otto donne protagoniste, ognuna con una voce diversa. Ricordo che mentre me lo dettava, dentro di me pensavo, ma come fa a far parlare ognuna di loro in modo così unico e credibile? Passava dal linguaggio della bidella a quello della carabiniera, con una capacità fuori dal comune”.

Qual è il romanzo di suo padre che ama di più? 

“L’amante senza fissa dimora. Non ci sono delitti, ma lo trovo meraviglioso, poetico”.

Come ha vissuto la scrittura essendo figlia di Carlo Fruttero?  

“Non l’ho vissuta, sono stata bersagliata, dal liceo in avanti. Mi sentivo a disagio avendo un padre così geniale. Scrivevo ma non lo sapeva nessuno. Poi quando è uscito Donne informate sui fatti, Mondadori chiese a mio padre di scrivere la sua autobiografia, lui disse che l’avrei scritta io. E così poi è nato La mia vita con papà. A lui non piaceva parlare di sé e di cose personali, a me piace invece raccontare i sentimenti, provo a essere ironica per non essere melensa, ma sono sono completamente diversa”.