È nata l'ANPI nell'Università di Torino, nel ricordo dei docenti che dissero no al fascismo. Nel 1931, gli oltre 1200 professori universitari furono obbligati a prestare un giuramento verso il regime ma 13 di loro rifiutarono, in un atto di grande coraggio e fermezza.
La lapide al primo piano del Rettorato
Di questi 13, dieci hanno avuto rapporti con l'Università di Torino e in particolare a quattro di loro - i tre che al momento del giuramento erano professori ordinari a Torino più Gaetano De Sanctis, da poco trasferitosi a Roma - è dedicata una lapide nel primo piano del Rettorato di via Po. Per ricordare il loro gesto e per celebrare la nascita della sezione ANPI Universitaria, si è svolta una cerimonia con la comunità accademica e ANPI provinciale.
"Ricordare oggi quel gesto significa non soltanto rendere omaggio al loro coraggio - ha scritto la rettrice dell'Università di Torino Cristina Prandi - ma riaffermare il valore dell'autonomia dell'Università, della libertà di insegnamento e della responsabilità morale dell'istituzione della conoscenza. Il ricordo dei docenti che non giurarono non appartiene soltanto al passato ma parla alle nuove generazioni, alla comunità universitaria e alla città tutta, invitandoci a riflettere sul significato profondo della libertà, della dignità e della responsabilità civile".
L'omaggio di Nino Boeti
A raccontare la storia dei docenti torinesi è stato Nino Boeti, presidente provinciale di ANPI Torino. "Uno dei quattro era Mario Carrara - ha ricordato - che fu uno dei padri della medicina legale italiana, allievo di Cesare Lombroso, di cui sposò la figlia. Seguì l'autopsia sul corpo di Emilio Salgari e fu perito nella vicenda dello smemorato di Collegno. Quando gli fu chiesto di prestare giuramento, scrisse una lettera al Rettore: "Se mi si chiede di contrarre impegni di natura prettamente politica, debbo far osservare che questi sono del tutto estranei alla materia esclusivamente tecnica del mio insegnamento". Fu socialista, venne arrestato nel 1936, interrogato nel carcere Nuove di Torino in cui aveva fatto il medico per 32 anni e nel quale morì".
"Lionello Venturi - ha proseguito Boeti nel suo ricordo - fu storico dell'arte, perse la cattedra anche lui per il suo no. Si trasferì a Parigi, poi a New York. Ritornò in Italia nel '45 e riprese ad insegnare. A Parigi fece parte del nucleo antifascista di Giustizia e Libertà. Francesco Ruffini, professore di diritto poi di diritto ecclesiastico, e il figlio Edoardo Ruffini Avondo, in cattedra a soli 26 anni, che con il suo rifiuto rinunciò definitivamente alla cattedra universitaria".
"Viviamo tempi bui anche oggi"
Boeti ha poi sottolineato come la partecipazione sia uno strumento fondamentale nelle democrazie, facendo un parallelo con il Decreto Sicurezza. "Il manuale "Diritti di libertà" di Francesco Ruffini è un libro straordinariamente attuale, anche questi sono tempi bui. Dice: "I diritti di libertà devono concepirsi in uno stato democratico come la garanzia della partecipazione del singolo alla vita politica della comunità". Dove questi diritti sono soppressi, dice Ruffini, l'individuo si chiude in sé stesso e perde il senso della solidarietà. E se lo Stato fa una legge per sopprimere o menomare i diritti di libertà, questa è una legge incostituzionale. Io credo che lo sia anche la legge che il Governo sta approvando in Parlamento".