Il giorno dopo, alla Centrale del Latte di Torino, è fatto di silenzi. Di dolore composto, di mazzi di fiori e bandiere sindacali di Cgil, Cisl e Uil appoggiate a quei cancelli che ieri hanno isolato il 220 di via Filadelfia dal resto del mondo.
Ancora un episodio
Il sole c’è, ma il suo calore da primavera inoltrata non basta a sciogliere il freddo che da ieri stringe i cuori dei colleghi di Raffaele Settembre, morto ieri dopo essere stato travolto da un carico e aver battuto violentemente la testa. Aveva 47 anni. Il suo è l’ultimo di una serie di episodi tragici ormai insopportabili per la loro frequenza. C’è chi non riesce a trattenere le lacrime, tra i colleghi.
I sindacati hanno proclamato uno sciopero di 8 ore e la Centrale oggi resta chiusa. I furgoni vengono bloccati all’ingresso e il loro arrivo viene posticipato.
“Adesso basta”
“Contiamo un’ennesima tragedia sul lavoro, siamo stufi di fare condoglianze per lavoratori morti - dice Federico Chiariello, segretario generale della Fit Cisl Piemonte -. La magistratura ci dirà di chi sono le colpe, siamo vicini alla famiglia del lavoratore morto. Ora non è il momento delle polemiche, ma bisogna dire basta“. “Tutti si impegnano, ma si continua a non investire in formazione e sicurezza - prosegue -. Bisogna agire anche quando non ci sono le tragedie. È un tema essenziale, non un costo”.
“Ora regole e risorse”
“Non è più possibile che si possa morire sul luogo di lavoro - aggiunge Francesco Imburgia, della Filt Cgil -. Le istituzioni devono intervenire e indichino il percorso alle aziende che devono investire. Non basta affidarsi alla loro sensibilità sul tema. È un problema che riguarda una nazione intera: il sistema degli appalti e dei subappalti che riguarda la logistica e non solo. Ma serve un’indicazione chiara da parte dello Stato, oltre a più risorse per i controlli, visto che gli ispettori sono insufficienti. Le parole non bastano più”.
Presenti anche i rappresentanti di Flai Cgil e Uila Uil.
Un lavoro pericoloso
Tra i pochi che hanno la forza di parlare, i ricordi dei colleghi sono tutti di una persona speciale. “Era 7-8 anni che lavorava qui: un bravo ragazzo, un grande lavoratore. Non abbiamo sentito nemmeno l’urlo, non ci siamo accorti di nulla”, dice uno degli addetti che oggi si sono ritrovati fuori dai cancelli.
“Quando sono arrivato alle 14 c’erano già i carabinieri, era già successo tutto - aggiunge un altro -. Il nostro lavoro in effetti è un po’ pericoloso a causa di questi carichi dall’alto”.