Cultura e spettacoli - 09 giugno 2026, 19:39

Enrico Galiano a Torino per la Fondazione OMI: "Il futuro ai ragazzi non chiede la perfezione, ma l'unicità" [INTERVISTA]

Lo scrittore incontra il pubblico martedì 16 giugno: "Nella società senza dolore rischiamo di precluderci anche la gioia"

Lo scrittore incontra il pubblico martedì 16 giugno

Enrico Galiano è tra gli ospiti del ciclo di incontri, inserito all’interno del fitto programma di eventi pensato per il 250° Anniversario della Fondazione OMI. 

“Crescere Sani e Storti - Non c’è bellezza senza una crepa, non c’è una crepa senza bellezza” è il titolo dell’appuntamento che si terrà martedì 16 giugno in Santa Pelagia durante il quale lo scrittore parlerà del suo ultimo romanzo, “Il cuore non va a dormire”. 

Partendo dai temi del suo nuovo libro, Galiano costruisce un racconto che attraversa alcune delle paure più diffuse tra ragazzi e adulti di oggi: l’ansia di non essere abbastanza, il peso delle aspettative, il timore di sbagliare. 

“In realtà non l’ho pensato come un libro sulle paure, ma sul coraggio di fare determinate scelte, ascoltare il proprio corpo, le proprie sensazioni e il proprio istinto - spiega lo scrittore -. Forse oggi uno dei mali peggiori è l’overthinking, l’eccesso di pensiero che è a sua volta causa di molte ansie. Nel romanzo c’è il racconto di due donne in cui si analizza il prima di quando hai quella sezione e il dopo che non ti sei ascoltata. Cosa succede dopo? C’entra molto la paura, ma anche la storia di noi stessi che ci raccontiamo. Siamo convinti di avere una nostra identità, ma ciò che non ci diciamo è che questa è figlia di una storia che ci siamo raccontati negli anni. Il nostro occhio filtra e modifica quello che vede, figuriamoci come facciamo con noi stessi. Le storie si scrivono con quello che ci diciamo e ci dicono gli altri. La storia d’amore è una metafora, puoi far finta di non ascoltare quella voce, ma il cuore non va a dormire, prima o poi si ribellerà a certe decisioni”. 

Quanto influiscono le aspettative sul nostro percorso di crescita e perché? 

“Tantissimo. Sono una di quelle cose che cambiano la storia. Sottovalutiamo spesso le parole e lo sguardo dell’adulto sul più giovane. Quello che si chiama effetto Pigmalione, ovvero la possibilità che ha l’adulto di indirizzare la crescita del giovane in base a ciò che pensa. Possono accendere una luce che vengono nei ragazzi oppure spegnerla. Certo riconoscerla è complicato, farei fatica anche con il me stesso quindicenne a trovarla. Quello che dobbiamo fare è trovare la fede, non in senso cristiano, ma all’Indiana Jones, quando deve fare il salto nel vuoto per prendere il Santo Graal. È una fede che sento mancare sempre di più. Oggi ci sono tanti giudizi di valore, verso una generazione che sta cercando di mettere a posto il casino che abbiamo fatto noi. Stanno cercando di scardinare un sistema, per la prima volta stanno dicendo per esempio che ad ammettere di essere fragile ci vuole coraggio. Per non parlare dei macro argomenti come l’ambiente o la disparità di genere. Eppure se ne parla sempre male”. 

Come è stato per lei, ha realizzato quello che voleva fare? 

“Avevo molti obiettivi, tantissimi. Ne sto raggiungendo qualcuno, poco alla volta. Essere qui a scrivere dopo più di dieci romanzi è uno di quelli, la stessa cosa vale per l’insegnamento. Ho avuto soddisfazioni, quel ragazzino avrebbe molto da ridire perché ci sono tante cose che mi mancano, ma non la vivo com una corsa, alcune cose arriveranno, altre no, ma il vero successo per me è interessare un ragazzino di 12 sull’analisi logica o la foto con un mio libro scattata alle 2 di notte. Attraverso le cose piccole arrivano le altre”.

Oggi rispetto al passato si tende a evitare dolore e le fragilità, perché è invece importante affrontarli? 

“Basandomi sugli studi del filosofo Byung-Chul Han, nella società senza dolore abbiamo la fobia paura del dolore. Credevamo fosse una conquista, ma estromettere il dolore nelle nostre vite, porta anche a perdere qualcos’altro. Involontariamente estromettiamo anche la gioia. Nel romanzo lo racconto attraverso i quadri tra cui La donna che piange di Picasso, dove vediamo un quadro colorato, ma con una zona svuotata che dovrebbe essere lo spazio del fazzoletto, del dolore, una metafora per dire che dove togli il dolore togli anche il colore. La scelta di nascondere il dolore dalla nostra vita porta a precluderci di assaporare altre emozioni. Oggi i giovani vivono l’errore e il fallimento come una tragedia, ma se vuoi migliorare devi sbagliare, è fondamentale fare errori che invece sono visti come un’onta. Il futuro non chiede la perfezione ma l’unicità, la differenza, i ragazzi devono essere egregi, fuori dal gregge, non perfetti”.

Come cresceranno secondo lei le prossime generazioni in Italia? 

“Ancora oggi vedo una cosa che fa piuttosto male quando vado in istituti professionali. In media, si respira più rassegnazione, mentre nelle scuole come i licei sognano di più. Ci sono certo tanti fattori, ma è una cartina tornasole che si vede nelle difficoltà più grandi di queste scuole a gestire le emozioni, la rabbia, la paura. I ragazzi si vedono diversi. Fin da piccoli è passato loro il messaggio di non avere grandi potenzialità. Questo amplifica la diversità tra le scuole, invece sono solo diverse vocazioni”. 

Quali sono gli strumenti che lo Stato può mettere a disposizione dei cittadini per un percorso di crescita il più corretto possibile? 

“Tutto quello che non si sta facendo, cioè investire nella scuola in termini economici, ma anche di prospettiva e di orizzonte, non ragionando da adesso a domani, ma da qui a 50 anni. Quindi sapere che per esempio non puoi sognare alto se arrivi nella tua scuola e cascano i muri a pezzi. La mia scuola è in un prefabbricato. Che messaggio arriva? Che a questo Paese non gliene frega più di tanto. Abbiamo il 40% delle scuole che non hanno passato i controlli di sicurezza. Come fai tu a sognare in grande se gli adulti e chi ti governa ti dice che sei piccolo e non conti. Poi certo ci vuole la lungimiranza di tagliare i ponti con il passato e con una metodologia obsoleta. La scuola è nata per leggere, scrivere e far di conto, ma quel tipo di impostazione non vale più. Dobbiamo insegnare a capire cosa leggi e distinguere il vero dal falso, non siamo dispensatori di contenuti, ma dobbiamo individuare qual è il fuoco dei ragazzi e aiutarli a scoprire le proprie passioni. Oggi che chat gpt ti produce un saggio in un attimo, mi sembra dura ragionare per valutazioni in numeriche”.

Quanto può essere importante il ruolo di realtà come la Fondazione OMI che da decenni si occupa della formazione per persone in difficoltà e che oggi compie 250 anni? 

“In questi anni ho conosciuto realtà encomiabili perché portano ai ragazzi un altro tipo di racconto, fanno sentire gli adulti vicini, ovunque ho visto tante ricadute positive”.