Economia e lavoro - 07 luglio 2026, 13:30

Il Medio Oriente spaventa ancora le aziende torinesi: l’ottimismo fa i conti con bollette e materie prime

L’indagine dell'Unione Industriali di Torino mostra dati in crescita, ma anche sofferenze su export e redditività. Male la manifattura. Gay: “Continuare a investire e cercare mercati”

Le imprese torinesi guardano al futuro con moderato ottimismo, ma continuano a fare i conti con la crisi in Medio Oriente: i costi dell’energia e quelli della logistica pesano ancora e questo finisce per incidere su voci come export e redditività

Luci e ombre 

Lo dice l’ultima indagine congiunturale dell’Unione Industriali di Torino, decisamente scandita tra luci e ombre. Appartengono alla prima categoria voci come l’occupazione (+10,2%), la produzione (+5,9%) e gli ordini (+4,8%). Male invece export (-6,1%) e redditività (-4,5%). Per l’export si tratta del dodicesimo dato negativo di seguito, mentre la redditività è in lento recupero.

Sono però soprattutto i servizi a guidare il rimbalzo (soprattutto trasporto merci e persone e commercio-turismo), mentre il manifatturiero mostra sofferenze. Patiscono soprattutto le aree metalmeccaniche, automotive e tessile.

Tra i mercati storici in difficoltà ci sono quello americano (a causa dell’inflazione), ma anche penisola araba e altre aree in cui si stavano cercando nuovi spazi come mercati di sbocco.

Si investe ancora

Le aziende più grandi mostrano più ottimismo e aumentano le previsioni di investimento in nuovi impianti (anche grazie alle nuove possibilità di iper ammortamento previste dalla Legge di Bilancio 2026). Il dato è del 24% su un dato generale stabile intorno al 72%.

Cala il ricorso alla cassa integrazione, mentre resta stabile il grado di utilizzo degli impianti

La situazione è simile in Piemonte, con i segni meno abbinati a export e redditività, ma in generale i livelli sono inferiori a quelli del capoluogo.

La crisi parla arabo

Il peso, come detto; è legato soprattutto al Medio Oriente e alle crisi che lo stanno dilaniando. Il 53,6% delle aziende lamentano impatti significativi sulla propria attività, addirittura il 63,3% parla di impatto alto su costi energetici e margine operativo. Il 41% ha diversificato i fornitori, mentre il 33,7% ha ricontrattato con i clienti avendo firmato intese con costi decisamente diversi. Poco più di una realtà su due si attende un miglioramento nei prossimi sei mesi (50,9%). Ma una su quattro (26,8%) naviga in una forte incertezza.

Chi patisce di più sono i settori di metallurgia e chimica, particolarmente energivori ed esposti all’export. Ma sono anche i settori che faticano a trovare alternative. 

Valvolame, rubinetteria e automotive sentono soprattutto i costi dei conti energetici.

“Momento complesso”

“Il momento è oggettivamente complesso e speravamo di arrivare all’estete con qualche notizia migliore - commenta il presidente Marco Gay -, ma ci sono anche segnali incoraggianti”.

“I margini che non seguono i ricavi - aggiunge - dimostrano un settore capace di continuare a lavorare, ma i costi incidono molto. Questo impone a un territorio come il nostro, fortemente manifatturiero, segnali di grande attenzione. Incide anche la dimensione aziendale, mentre i servizi reagiscono meglio perché meno esposti a variabili dei costi e mercati lontani”.

Anticiclici e (un po’) ottimisti 

“Che Torino faccia meglio del Piemonte è significativo: credo sia legato alla centralità del nostro territorio ed è importante visto che il 50% quasi del peso specifico si trova qui. L’ottimismo è comunque legato alle prospettive future di infrastrutture, ma anche settori come intelligenza artificiale e innovazione. Investire rimane il principale strumento a disposizione per compiere attività anticicliche che speriamo possano tornare utili in fretta”.

Delocalizzazioni? No, grazie

“Non temo delocalizzazioni per risolvere il tema dei costi energetici. Qui ci sono legami profondi, ma soprattutto la condizione è comune anche a molte altre aree. Ci sono poi filiere che non sono facilmente delocalizzabili. C’è poi una responsabilità verso il territorio cui si fa riferimento”.

Incognita Usa

“Il rapporto tra le comunità di business tra noi e USA non è in discussione - assicura -. Ci sono legami profondi e motivi pratici. Siamo di fronte piuttosto a una diplomazia cui non siamo abituati. Ma il resto rimane allineato”. “Per ora i dazi sono stati riassorbiti dal mercato e non hanno portato a gravi pesi di redditività”, conclude Gay.