La situazione all'interno delle strutture penitenziarie piemontesi torna al centro del dibattito pubblico. Secondo i dati diffusi dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), nelle tredici strutture della regione si registra attualmente la presenza di circa 4.500 persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare complessiva che si attesta sui 3.900 posti. Si tratta di un divario numerico che, secondo la sigla sindacale, "incide pesantemente sulle condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria e sulla gestione quotidiana degli istituti".
A Torino 500 presenze in più
L'incremento delle presenze non è omogeneo sul territorio, ma mostra picchi significativi in alcune realtà specifiche. Vicente Santilli, segretario nazionale del SAPPE per il Piemonte, evidenzia come la Casa circondariale di Torino abbia registrato un aumento di circa 500 presenze dall'inizio dell'anno, mentre l'istituto di Biella ha visto crescere la popolazione detenuta di circa 70 unità nello stesso periodo. Per Santilli, "tutto questo affollamento determina enormi criticità nell'organizzazione del lavoro del personale", motivo per cui l'organizzazione auspica che i prossimi flussi di agenti in uscita dai corsi di formazione tengano conto delle priorità degli organici piemontesi.
"Amministrazione carente"
Oltre alla gestione dei flussi, la critica del sindacato si sposta sul piano dell'amministrazione e della gestione regionale, chiamando in causa direttamente il Provveditorato. La sigla sostiene infatti che negli ultimi anni la situazione sia rimasta sostanzialmente immutata nonostante le periodiche segnalazioni su criticità e carenze di personale. Il territorio piemontese avrebbe invece bisogno, secondo i rappresentanti dei lavoratori, di "una guida autorevole e moderna, di un dirigente che sappia essere un vero manager dell'Amministrazione penitenziaria, capace di coniugare le imprescindibili esigenze di sicurezza con quelle del trattamento rieducativo".
Una riforma carceraria
Su un piano più generale, l'analisi del sindacato si estende all'architettura stessa del sistema penitenziario nazionale. Il segretario generale Donato Capece ha rilanciato la necessità di una riforma strutturale delle modalità di esecuzione della pena, precisando che "ripensare il sistema penitenziario non significa indebolire la risposta dello Stato alla criminalità. Al contrario, significa renderla più razionale, più efficace e maggiormente aderente ai principi della Costituzione".
La proposta avanzata prevede una rimodulazione dei percorsi detentivi basata sulla gravità dei reati e sulla pericolosità sociale. Per i reati di minore allarme, con condanne inferiori ai tre anni, l'organizzazione suggerisce che "dovrebbe essere privilegiato il ricorso alle misure alternative alla detenzione, alla messa alla prova e agli altri strumenti di comunità", riducendo la pressione logistica sulle carceri. Un secondo livello riguarderebbe le pene superiori ai tre anni, da espiare in istituti resi più governabili dal minor affollamento e in cui sia possibile "dare concreta attuazione al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena". Infine, resterebbe un terzo livello ad alto contenimento, strettamente riservato ai detenuti appartenenti ai circuiti dell'alta sicurezza, della criminalità organizzata e del terrorismo.