Attualità - 15 luglio 2026, 18:07

Dina Alberizia a Torino racconta i duri giorni della detenzione in Libia: "Non sapevamo cosa stava succedendo"

L'attivista della Global Sumud Flotilla in Comune per raccontare la sua esperienza e sostenere la liberazione del pediatra Abu Safyia, imprigionato in Israele

Dina Alberizia a Torino racconta i duri giorni della detenzione in Libia

Dina Alberizia è tornata in Italia lo scorso 24 giugno, dopo un mese di detenzione nelle carceri della Libia. L'attivista piemontese ed educatrice in pensione, che da anni risiede nell'Astigiano,  era stata imprigionata dopo aver varcato il confine tra lo stato libico ufficiale e la parte controllata dal generale Haftar, insieme ad altri membri della Sumud Global Flotilla che, parallelamente alla missione via mare, stavano provando a portare aiuti umanitari a Gaza passando dal Nordafrica.

Il racconto della sua esperienza

Dina Alberizia è stata ricevuta questa mattina nella Sala Carpanini del Comune di Torino per raccontare la sua esperienza e tenere accesi i riflettori sulla situazione palestinese. "Voglio ringraziare tutte le persone che si sono mobilitate per me e le altre persone detenute, soprattutto perché hanno fatto tenere aperti gli occhi su Gaza - ha esordito l'attivista - Prima di parlare della mia esperienza voglio ricordare il genocidio che sta continuando a Gaza, le violenze in Cisgiordania, in Libano, i 10.000 prigionieri palestinesi di cui non riusciamo neanche ad immaginare il trattamento che ricevono".

Poi il racconto: "Il convoglio è stato organizzato dal movimento del Nordafrica della Global Sumud Flotilla e per la prima volta l'iniziativa ha visto la partecipazione di 28 delegazioni di tutto il mondo. Per gli occidentali l'appuntamento è stato a 50 km da Tripoli a partire dal 7 maggio, dove ci ha raggiunto il convoglio partito dalla Mauritania. Il 15 maggio, ricorrenza drammatica della Nakba, in circa 250-300 persone siamo partiti con 5 pullman con ingegneri, costruttori, medici, educatori, camion con case mobili, ambulanze, minivan, aiuti umanitari".

L'incontro col nipote di Nelson Mandela

"Ci hanno scortati i militari, incontrandone altri che hanno manifestato solidarietà al convoglio. Siamo arrivati in una cittadina nella zona di Misurata dove siamo stati accolti con molto entusiasmo e slogan per la Palestina e c'era anche il nipote di Nelson Mandela".

Però, tutto cambia una volta arrivati al confine con la Libia est, separata dal resto della Libia da una zona neutra. Lì gli attivisti si sono accampati, proteggendosi con gli automezzi messi a delimitazione del campo. Vista la situazione di pericolo, la missione ha preso accordi con l'organizzazione umanitaria della Mezzaluna Rossa (quella che in occidente è la Croce Rossa) per fare arrivare a Gaza almeno gli aiuti umanitari. Al posto di blocco, una piccola delegazione ha parlato con gli operatori della Mezzaluna e accettato di ricevere gli aiuti, ma il giorno successivo l'appuntamento previsto non è avvenuto e gli attivisti della Sumud Flotilla non sono più riusciti a mettersi in contatto.

"Il diritto internazionale tutela i convogli umanitari - ha commentato Alberizia - i paesi hanno l'obbligo di far passare i convogli in modo che gli aiuti arrivino alle popolazioni che hanno bisogno. Per questo abbiamo deciso di ripartire verso est, inviando una delegazione di due auto. Portavamo con noi una lettera con la richiesta di far arrivare gli aiuti. Ci hanno fermati poco prima del checkpoint di ingresso nella Libia est".

Lì i 10 attivisti sono stati perquisiti e portati in una caserma a Sirte, senza nessuna comunicazione. Divisi tra uomini e donne, sono stati interrogati. "Gli uomini hanno subito interrogatori molto duri, anche se non hanno subito violenze fisiche - ha raccontato Dina - Non sapevamo cosa stava succedendo loro e abbiamo fatto lo sciopero della fame".

Più volte illusi di poter essere liberati

Da quel punto, sono stati più volte illusi di essere liberati: la prima, sono stati accompagnati in aeroporto ed è stato detto loro che sarebbero tornati a casa, quando sono invece finiti a Bengasi in un luogo di detenzione. In carcere, più volte veniva loro detto che avrebbero parlato col console o con le famiglie, aspettative poi sempre deluse che ha portato al secondo sciopero della fame. Poi, sono stati portati più volte dal PM e dal giudice, accendendo speranze di liberazione poi mai avvenuta. Un tira e molla psicologico che, sommato all'incertezza della situazione e problemi di salute di alcuni detenuti, ha reso il mese di detenzione davvero duro. Stando in un luogo di detenzione dei servizi segreti, nemmeno agli avvocati era permesso andare da loro.

"Il 23 ci hanno comunicato che partivamo - ha concluso - non sappiamo cosa sia accaduto nel frattempo. Siamo partiti in due gruppi, io con Domenico, un ragazzo uruguaiano che ha anche la nazionalità italiana e il ragazzo tunisino. Siamo stati ospiti dell'ambasciata italiana a Tunisi, l'ambasciatore ha preferito stessimo in quella residenza fino al rientro in Italia".

I commenti

A promuovere l'incontro è stata la vicepresidente del consiglio comunale Ludovica Cioria, che oltre ad accogliere Dina Alberizia per far conoscere la sua storia ha voluto sostenere la liberazione del pediatra Hussam Abu Safiya, detenuto da un anno e mezzo nelle carceri israeliane. "Abbiamo sostenuto la missione di Dina perché la solidarietà non è un reato e c'è bisogno di tutti e tutte per supportare la situazione in Palestina - ha commentato - Al momento siamo anche impegnati per la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya da parte delle autorità israeliane".

"La situazione a Gaza e in Cisgiordania continua ad essere drammaticamente crudele, le sevizie nei confronti della popolazione palestinese sono all’ordine del giorno, dimostrando che il genocidio è ancora in atto. Come Italia, come democrazia, come città di Torino dobbiamo continuare a lottare per la libertà e la giustizia del popolo palestinese, insieme a Dina, alla Global Sumud Flotilla e alle ONG lo facciamo senza sosta", ha concluso Cioria.

Presente anche la portavoce nazionale della Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia, che ha voluto ricordare i numerosi prigionieri palestinesi: "Con un passaporto forte come quello italiano sappiamo che prima o poi ne usciremo, che quello che ci viene fatto non sarà mai paragonabile a quello che subiscono i palestinesi nelle carceri israeliane. Dobbiamo fare una lettura politica sul fatto che il blocco israeliano non si limita a Rafah e Gaza ma arriva in Libia, a Creta, in Libano, in Iran. È evidente che c'è un disegno, una pressione in Libia che arrivava dall'Egitto e a sua volta da Israele. Una commissione indipendente dell'Onu ci ha restituito il fatto provato che l'esercito Israeliano, su mandato del Governo, ha i bambini come target precisi. Uccidere donne incinte e bambini per non perpetrare la popolazione è genocidio".

Giulia Minelli di Emergency ha invece raccontato le difficoltà di operare a Gaza: "Ci siamo trovati a curare qualsiasi cosa con niente, in un posto in cui l'82% della popolazione non ha accesso ai bagni e vive con 6 litri di acqua al giorno. Non c'è l'insulina, non ci sono gli assorbenti, servirebbero 600 camion al giorno invece dei 100 che arrivano".