Neanche tre anni fa, ad agosto 2023, dopo un’odissea giudiziaria durata quasi diciassette anni, l’ex amministratore delegato della ThyssenKrupp Harald Hespenhahn, a sette anni dalla condanna definitiva della Magistratura italiana (sentenza della Cassazione del 13 maggio 2016), varcava le soglie di un carcere in Germania per scontare la condanna per l’omicidio di sette operai italiani, bruciati nel rogo del 6 dicembre 2007 nello stabilimento della multinazionale tedesca di corso Regina Margherita 400 a Torino: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi.
Come l’altro manager tedesco condannato, Gerald Priegnitz, avrebbe dovuto scontare cinque anni, la pena massima prevista in Germania per omicidio colposo (la Cassazione italiana lo aveva condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione), peraltro in regime di semi-libertà (offenen vollzug), trascorrendo in carcere solamente la notte.
Non è chiaro al momento se stia ancora scontando la pena (secondo la multinazionale dell’acciaio “il percorso giudiziario è totalmente concluso”), ma quello che pare certo è che la ThyssenKrupp non solo non lo abbia licenziato dopo i gravissimi fatti di Torino e la pesante condanna definitiva, ma lo abbia addirittura promosso.
Come riportato dal quotidiano tedesco Bild e dai media italiani, il manager condannato per omicidio colposo plurimo, dopo essere stato nominato Head of Quality, Technology, and Environment Management di Thyssenkrupp Steel, dal 1° agosto 2026 dovrebbe addirittura diventare amministratore delegato di Thyssenkrupp Rasselstein, il più grande stabilimento di packaging steel a mondo, situato ad Andernach, in Germania.
È un ulteriore schiaffo ai familiari delle vittime, alla giustizia italiana e a quanti hanno sperato che la condanna per i sette morti della ThyssenKrupp potesse essere un monito a rispettare le regole che riguardano la salute e sicurezza sul lavoro.
È una decisione immorale, che non tiene conto delle sofferenze quotidiane che vivono dal 2007 i familiari degli operai uccisi e che riaccende le polemiche sull’impunità, di fatto o di diritto, dei super manager a capo delle grandi aziende.
A pochi giorni dalla prima Giornata europea in memoria di tutte le vittime degli incidenti sul lavoro (8 agosto) che ricorda il sacrificio di 262 lavoratori (136 italiani) avvenuto nel 1956 nella miniera di Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, la Germania dimostra scarso rispetto e poca sensibilità nei confronti degli operai italiani morti sul lavoro.