Diciotto chilometri di portici, di cui dodici e mezzo collegati senza interruzioni. È il numero che si cita ogni volta che si parla di Torino e della sua area pedonale coperta, la più ampia del continente, seconda soltanto a Bologna per continuità del percorso. Il dato colpisce perché è difficile da immaginare camminando: si attraversa mezza città sotto un tetto e ci si accorge della cosa solo quando finisce.
Una città costruita per non prendere la pioggia
L'origine di quei portici non ha nulla di casuale né di popolare. Servivano alla corte. La casa reale voleva potersi spostare a piedi senza bagnarsi in inverno e senza restare esposta al sole in estate, e la città fu adattata a questo bisogno con una coerenza che oggi sembra quasi eccessiva. La prima traccia documentaria è un'ordinanza di Carlo Emanuele I di Savoia del 16 giugno 1606, che riguardava la costruzione di piazza Castello su progetto di Ascanio Vitozzi.
Il criterio rimase lo stesso per due secoli. Vittorio Emanuele I fece realizzare due chilometri di portici dal Palazzo Reale fino a piazza Vittorio, così che la famiglia reale potesse raggiungere comodamente la chiesa della Gran Madre. Un percorso privato diventato, con il tempo, il salotto di tutti. Chi cammina oggi da piazza Castello verso il Po ripercorre senza saperlo un itinerario progettato per non fare mai un passo scoperto.
Le attese che nessuno mette in conto
Un portico però non è solo un passaggio. È il posto dove ci si ferma, e Torino ha finito per specializzarsi nella sosta breve. Sotto quelle volte si aspetta il tram, si aspetta che smetta di piovere, si aspetta qualcuno che tarda, si aspetta l'apertura di un ufficio. Sono attese che nessuno programma e che nessuno conteggia, ma che sommate occupano una parte considerevole di una giornata cittadina.
Storicamente quel tempo aveva i suoi riempitivi: il giornale, la conversazione, il caffè al banco. Oggi la scelta più comune è il telefono, il che non è né migliore né peggiore, semplicemente più veloce da tirare fuori dalla tasca. La differenza vera è un'altra. Alcune di quelle abitudini lasciano la mente più stanca di come l'hanno trovata, altre no, e la distinzione conta soprattutto quando le pause sono molte e brevi.
Cosa entra davvero in dieci minuti
Dieci minuti sono pochi per leggere qualcosa di serio e troppi per non fare nulla. Funzionano le attività che si possono interrompere a metà senza perdere il filo e che non richiedono altre persone. I giochi di pazienza con le carte nacquero esattamente per questa condizione. La prima descrizione scritta che se ne conosce risale a un'antologia tedesca del 1783, e il primo volume interamente dedicato a questi giochi uscì in Russia nel 1826: erano il passatempo di chi aveva un mazzo, del tempo vuoto e nessuno con cui dividerlo.
La versione digitale ha conservato la stessa funzione senza cambiarne le regole. Su PlaySolitaire la disposizione delle carte è quella di due secoli fa, con la differenza che il mazzo si distribuisce da solo e la partita si chiude quando arriva il tram. È un dettaglio pratico più che tecnologico: nessuno, sotto un portico, ha voglia di mescolare quaranta carte in piedi.
Vale la pena notare che i portici furono costruiti per un motivo e sono sopravvissuti per un altro. Nacquero per riparare una corte e sono rimasti perché sono comodi per tutti. Lo stesso vale per le abitudini che ci si porta sotto. Nessuno decide una volta per tutte come occupare i ritagli di una giornata, si sceglie ogni volta quello che si ha a portata di mano. In una città che offre diciotto chilometri di riparo, quei ritagli sono semplicemente più numerosi che altrove.
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