Ha spento un po’ il fascino dell’arma impropria che, secondo la tradizione, sarebbe stata utilizzata dai valdesi per difendersi durante le persecuzioni ma messo in luce la raffinatezza di un manufatto che ancora oggi va a ruba tra i collezionisti. Il volume ‘Le beidane delle valli valdesi’ (Fondazione Centro culturale valdese), tira le fila di una ricerca avviata nel 2024 da Samuele Tourn Boncoeur, conservatore del Museo valdese di Torre Pellice. L’obiettivo era approfondire e aggiornare l’unica ricerca storica sul manufatto considerato simbolico dalla comunità valdese e realizzata da Giorgio Dondi una cinquantina di anni fa.
Dal libro di Dondi al nuovo censimento
Mentre lo studio di Dondi era stato basato su 28 esemplari, Tourn Boncoeur, affiancato dallo storico Eugenio Garoglio, ne hanno individuate in tutto 144. “Per reperirli abbiamo contattato i principali musei con collezioni di armi antiche in Italia, Inghilterra, Austria, Germania, Francia e Svizzera e musei con rilevanti collezioni etnografiche, che avrebbero potuto conservarli come strumenti agricoli – spiega Tourn Boncoeur –. Tuttavia più della metà degli esemplari rintracciati fa parte di collezioni private a cui siamo giunti soprattutto grazie al passaparola”.
Gli esemplari storici infatti continuano ad essere battute all’asta: “Spesso si attestano su un valore di 500 euro” aggiunge Tourn Boncoeur.
La beidana datata più antica su cui si basa lo studio è del 1710, mentre la più recente del 1772.
Simbolo della resistenza: la storia ridimensiona il mito
Considerata per secoli come ‘simbolo della resistenza’ dei contadini valdesi alle persecuzioni, in realtà nessuna fonte storica può confermarlo. Non ci sono nelle cronache degli scontri cinquecenteschi, citate nel libro, dove appaiono per lo più ‘fionde, balestre e archibugi’.
Anche la credenza secondo cui le beidane venissero conservate in casa come attrezzo agricolo per aggirare il divieto del porto d’armi imposto dai Savoia non trova conferme nello studio: “Fino all’editto di Carlo Emanuele I del 1602 non c’erano stati divieti di questo tipo” chiarisce Tourn Boncoeur.
Si trattava quindi di armi vere e proprie prodotte da fabbri, non attrezzi agricoli riadattati all’uso: “Piuttosto è possibile che in tempi di pace siano state utilizzate per l’attività agricola”.
L’ipotesi storicamente più accreditata è che siano state impugnate dalle milizie valdesi che nel Settecento combattevano a servizio della Corte sabauda.
Cuori, croci, uccellini e il mistero che non si scioglie
Ci sono caratteristiche che accomunano gli esemplari di beidana, come il manico in corno, l’affilatura su un lato solo e il rigonfiamento della testa che è tronca, non appuntita come quella di una spada. Il libro però mette in luce la creatività dei fabbri che le avevano realizzate. Il tradizionale cuore, infatti, è solo uno degli elementi decorativi più ricorrenti. “Ci sono anche croci, motivi geometrici, floreali, solari e uccellini” illustra Tourn Boncoeur. E oltre a sigle e nomi anche scritte: da ‘Fugire l’occasione’ al paradossale ‘Non uccidere’.
E proprio le nelle parole permane il mistero legato a questo oggetto, su cui anche questo studio non è riuscito a fare abbastanza luce: “‘Qual è l’origine del nome beidana?’. A questa domanda purtroppo continuiamo a non poter rispondere”.