“Il Cileno” dopo la presentazione al 79° Festival di Locarno arriva in sala a Torino. Al centro della vicenda del film girato anche a Torino, c'è la figura realmente esistita di Aldo Marin, giovane socialista che nel 1976 fugge dal Cile di Pinochet per trovare rifugio in Italia. In una Torino turbolenta e segnata dalle tensioni politiche di quel decennio, cerca il modo di tornare a casa dalla moglie e dal figlio lasciati sotto il giogo della dittatura.
Realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte - Piemonte Film Tv Development Fund, sarà presentato in anteprima al Cinema Romano in presenza del regista, Sergio Castro-San Martìn, e della co-sceneggiatrice Simona Nobile, sarà questa sera alle 20.45.
Ci siamo fatti raccontare Martìn come è nato il desiderio di portare sullo schermo la storia già raccontata nel libro, “Aldo Marin - Carne de Cañon” di Juan Cristóbal Guarello.
“Sono nato nel nord del Cile e ho sempre avuto grande interesse per questo territorio e per il periodo storico della dittatura. Durante le mie ricerche, ho scoperto questo libro e questo personaggio, sconosciuto anche in Cile, ma la cui storia mi è sembrata molto interessante. Nanni Moretti in passato aveva raccontato questa relazione tra Cile e Italia. Partendo da queste due basi, abbiamo iniziato la sceneggiatura sulle storie di questi due Paesi”.
Come mai questa storia è così poco conosciuta persino in Cile?
“Ci sono molti personaggi in Cile che sono pochi conosciuti, molte storie secondarie. Lo stesso Guarello all’inizio ha scritto questo libro pensando al padre avvocato e uno dei personaggi all’interno della sua storia era Aldo Marin. A quel punto, ha abbandonato la sua storia del padre, perché gli sembra più interessante quella di una persona secondaria”.
Cosa ti ha colpito di più di Aldo?
“Molte cose. Penso che sia una persona molto fragile, che deve uscire dal suo paese e deve abbandonare la sua famiglia. È un personaggio molto attuale, un minatore, un immigrato che deve imparare tutto di nuovo, deve tornare all’inizio della sua vita, trovare i soldi, imparare la lingua. Tutta questa storia mi ha colpito. C’è questa idea di famiglia, di fratellanza e di sorellanza. È sia una critica alla dittatura sia alla sinistra da cui i due ragazzi si sono sentiti abbandonati”.
Sei in contatto con i famigliari che sono ancora in Cile?
“Il figlio è oggi un uomo di 54 anni. Abbiamo parlato prima di fare il film e lui ci ha detto l’ok per realizzarlo usando il nome di suo padre. Per lui è davvero un omaggio al padre. Lui è un orfano, ma nel film lo sono anche tutti i personaggi. Ho voluto inserirlo nel film perché per me era importante. Il bambino che era rappresenta il futuro dell’umanità”.
Perché hai deciso di raccontare la storia dal punto di vista più personale che politico? È un che possiamo definire attuale?
“La politica non la vediamo nel film, ma la sentiamo. Era intenzionale rendere l’idea della tensione politica e che tutto stesse letteralmente per esplodere. Negli anni ’70 anche in Italia la situazione era molto confusa. C’erano attacchi di estrema destra e sinistra. Questa confusione la percepiamo in tutta questa storia. Ma è una confusione che vediamo ancora oggi nel mondo, stiamo vivendo un momento molto complesso”.
Come è stato girare a Torino un film sugli anni Settanta?
“Torino è una città molto importante per gli anni di piombo, come tutto il nord d’Italia. La Fiat era il cuore della città. Per me era importante creare un’immagine fumosa, non da cartolina. In questo l’elemento più importante è stata la Film Commission, è stata veramente incredibile. Con loro è stato possibile girare in maniera comoda nella città e trovare le giuste location. Questi due elementi hanno creato il mix perfetto per il film”.